ANZOVINO, L’AUTENTICO

Remo Anzovino 01_musicaintornoIl 13 ed il 14 marzo in anteprima mondiale, Hitler contro Picasso (e gli altri) varrà l’imperdibile appuntamento col cinema. Il film, che vanta la partecipazione straordinaria di Toni Servillo, prodotto da Nexo Digital e 3D Produzioni, è uno squarcio, una necessaria apertura su un tema preciso del periodo buio del nazismo: l’ossessione per le opere d’arte propria di quel regime.

Ad ottant’anni dal bando della cosiddetta arte degenerata, ovvero di tutte quelle opere considerate contrarie al gusto e alle assurde teorie del totalitarismo tedesco, il documentario-evento racconta alcune delle storie legate ai nemici dell’arte ariana, guidando per la prima volta alla scoperta del Dossier Gurlitt, di rari materiali d’archivio, dei tesori segreti del Führer e di Goering, di quel tempo passato che mai dovrà valere quella distanza che genera dimenticanza.

La colonna sonora originale porta la firma del talentuoso compositore e musicista completo Remo Anzovino. Quando gli siamo andati incontro per saperne di più e conoscerlo meglio, assai disponibile, non si è risparmiato in una lunga pausa dallo studio e dalle sue nuove registrazioni. Mezzora circa ci è stata sufficiente per confermare una nostra convinzione: bella è la musica che contiene l’amabile artista.

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È passato solo qualche mese dal tuo ultimo lavoro in studio, Nocturne, allora che ci avevi presentato l’intenso brano Storm, in qualche modo racconto del tuo spleen, o delle sue atmosfere annodabili ai Joy Division. Non abbiamo neppure scordato la sensibilità della struggente Suite for Vajont. Adesso vieni fuori con Hitler contro Picasso, dove ti ritroviamo a musicare ancora più profondamente il dramma della e nella natura umana, forse nel suo colore più oscuro. La musica può arrivare a descrivere quello che a parole sembra inspiegabile?

«Grazie. A mio parere la musica è uno strumento che consente a chi l’ascolta di capire meglio i propri sentimenti. Cioè, una buona musica ha la capacità di descrivere con i suoni i sentimenti: le emozioni che una persona ha dentro, ma che fa fatica a decodificare, la musica riesce a decodificarle. Questo, secondo me, in generale, è il ruolo della musica e il motivo per cui essa vale un bene primario per l’essere umano. Un mondo senza musica è, infatti, inimmaginabile.»

Siamo venuti a conoscenza di magnifiche pagine di musica scritte da compositori deportati e uccisi durante la barbarie nazista. Un desiderio di testimoniare la voglia di vivere nel rispetto per l’arte, come lasciò detto Viktor Ulmann, contro ogni comprensibile difficoltà e con qualsiasi mezzo. La musica è per sempre e i compositori non muoiono mai davvero?

«Certo. Nella colonna sonora di Hitler contro Picasso, per esempio, c’è un tema intitolato Artists live forever. Voglio dire, quando venni chiamato a comporre la partitura per la colonna sonora originale di questo lavoro, una volta letta la sceneggiatura e iniziato a ragionarne una soluzione, dissi che secondo me era necessario scrivere certamente una musica che rappresentasse the innocents (altro tema del film, ndr) –, gli innocenti che sono quegli artisti che vennero depredati –, ma anche una musica capace di dire che, alla fine, nelle loro tele, nelle loro musiche, nelle loro espressioni quegli artisti vivono per sempre. Un artista è eterno, sopravvive a sé stesso, e se ha creato qualcosa di immortale sopravvive nei secoli.»

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Hitler contro Picasso è una colonna sonora, e nella musica applicata – quella creata per immagini, sebbene spesso anche capace di vita propria –, possiamo riconoscere molte delle composizioni legate al cinema. Con le tue passate sperimentazioni in cui hai capovolto il rapporto tra suono e immagine, lasciando a queste ultime il ruolo di accompagnatrici, rappresenti l’eccezione alla regola. Ci spieghi?

«Ho un metodo tutto mio, come anticipato prima, e che ho continuato ad applicare anche nel cinema sonoro, ovvero: mi applico in un lavoro molto profondo di lettura della sceneggiatura, delle immagini del premontato, restando volutamente lontanissimo dallo strumento. Quando penso la musica per un film, in generale, non ho per mia scelta un pianoforte o altro strumento a disposizione: devo penetrare il più possibile…»

Ci ricordi Franco Piersanti, altro esempio di compositore che si allontana dallo strumento nella fase di comprensione.

«Grande Franco Piersanti, uno dei miei compositori preferiti! Sì, la musica è uno degli ultimi problemi quando devo scrivere una colonna sonora. Perché per me esistono due modi di lavorare ad una colonna sonora: realizzare della tappezzeria musicale – cioè appoggiare qualcosa di gradevole ma che resta innocuo, senza un peso specifico dal punto di vista musicale… finito il film la musica sparisce come le immagini –, o portare la Musica con la M maiuscola al cinema. Io, a questo proposito, tendo ad essere molto disponibile a lavorare nei progetti in cui vengo chiamato perché desiderano la musica di Remo Anzovino, cioè quando è cercato il mio linguaggio – che, chiaramente, nel lavoro della musica applicata sarà sempre un matrimonio perfetto con le immagini, con i suoni e con i rumori. Questo sono io e il film su di me – come nel caso del grande film che è Hitler contro Picasso: un capolavoro assoluto che, al di là della messa in onda in 50 paesi, è capace di narrare per la prima volta un pezzo di Shoah che non è mai stato narrato. Ma, ancora, il film su di me ha una funzione puramente maieutica, cioè possiede la capacità – quando mi emozionano sceneggiatura, gruppo di lavoro, immagini – di farmi tirare fuori, appunto maieuticamente, una musica che non pensavo di contenere. Mi permette di scrivere delle cose, emozioni che non ero riuscito a portare fuori. In questo momento, per fare un altro esempio, sto lavorando ad una colonna sonora altrettanto importante, un’altra produzione grossissima Nexo, di cui non posso farti sapere niente…»

Ah, deludi la curiosità sul prossimo Anzovino!

«Dai, saprai a settimane. Dicevo, una cosa completamente diversa, ma gigantesca dal punto di vista emotivo, e allora mi sono reso conto anche qui, come in Hitler o in Muhammad Alì, di aver tirato fuori delle cose… Prendi Fight for freedom (Tribute to Muhammad Alì in collaborazione con Roy Paci, ndr) dove esco con un linguaggio che probabilmente non avrei mai pensato per un mio disco.»

Chiaro. Qualche tempo fa abbiamo incontrato Bollani per l’album Napoli trip, una dichiarazione d’amore per la carnale città partenopea. Per te, genitori napoletani e collaborazioni del calibro di Tony Esposito ed Enzo Gragnaniello, messaggero di tradizioni del sud nella forma del tango (Musica per due, Amante), cosa rappresenta Napoli?

«Napoli è un mondo, come mondi lo sono New York o Tokyo. Un mondo dal quale e nel quale devi immergerti se vuoi sentirti completo: Napoli ti completa dal punto di vista umano e totalmente dal punto di vista artistico. Bisogna pensare che Napoli era la Los Angeles del ‘700, che lì c’è un modo di pensare e di vivere, una lunghissima tradizione musicale, teatrale e filosofica… Io sono napoletano nato a Pordenone, il mio sangue è napoletano e credo che quella città abbia profondamente influenzato la mia scrittura: è stata una chiave molto fortunata quella di avere anche quella radice lì, ecco.»

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Tchaikovsky studiò legge suo malgrado, mentre Paolo Conte è avvocato. Perfino Julio Iglesias è un insospettabile laureato in giurisprudenza. Coincidenze, oppure, nel ricordo di Totò e Fernandel, la legge è legge?

«Io credo, in realtà, di essere l’unico compositore avvocato penalista. Sono un penalista in attività e, a dispetto dei miei quarantuno anni, quest’anno compio diciassette anni di professione. Ho vissuto delle esperienze fortissime e le vivo, perché sono proprio le esperienze che ti mettono di fronte ai fatti umani e, se guardiamo alla musica, a me interessa descrivere le emozioni che stanno dietro ai fatti umani.»

Restiamo in materia. Negli ultimi tempi è cresciuto il fermento intorno ai temi inerenti i diritti musicali e le royalty, un dibattito che ha interessato artisti ma principalmente la SIAE e quelle nuove realtà che tendono a valere una alternativa ad essa, Soundreef e Patamu su tutte. Pensi che il nostro Paese abbia bisogno di regolamentazioni mirate in proposito?

«Penso semplicemente che dove c’è la concorrenza, regolamentata da buone norme in una realtà libera, è un fatto positivo che non fa altro che incentivare e migliorare i singoli operatori di collecting. Non un fatto negativo nel momento in cui avviene in un alveo di legislazione europea che è orientata verso un’apertura, una liberalizzazione. Poi ogni artista sceglie qual è la casa…»

Senti, sebbene a poco serva classificare ormai una musica che a livello globale tende sempre più a fondere in un’idea universale le diverse esperienze, e tu stesso hai parlato di messaggio universale a proposito di Hitler contro Picasso, un compositore inclassificabile come te dove dovremmo cercarlo in una CDteca?

«Nella CDteca dei compositori che scrivono musica nel 2018. Io penso questo: il ruolo del musicista è quello di descrivere con la propria disciplina e la musica, il suo tempo. Questo provo di fare, semplicemente cercando di ricordarmi sempre la mia unicità, cioè di non alterarla e di essere sempre avido e curioso di ogni sfida nuova e ogni possibilità che mi consentano di sperimentare qualcosa che abbia ogni volta una dote: emozionare il pubblico, arrivare al pubblico.»

Arrivare. Nel lungometraggio Hitler contro Picasso è presente un coro di voci bianche. Quindi, un modo per dire, un mezzo per esigenza di scrittura o un significato che guarda all’importanza di affidarci alla purezza dei bambini?

«Ma guarda, io avevo scritto questo bicinium (composizione riferibile a rinascimento e barocco, a 2 voci, ndr) perché sentivo che la rappresentazione degli innocenti, che per me sono gli artisti, poteva essere ben rappresentata su quella melodia, composta appunto a 2 parti e quindi a bicinium, in un coro di voci bianche. Ho proposto l’idea al Piccolo Coro Artemia e al maestro Denis Monte – che avevano già lavorato con Elisa –, il tema è piaciuto tantissimo e l’abbiamo realizzato. Io ho sempre pensato che i suoni sono per un compositore esattamente come i colori per un pittore. Quando tu hai di fronte una musica forte, la cosa più difficile ma anche più eccitante è cercare il colore giusto per dire una cosa, e, nel nostro caso, quella musica andava detta col pianoforte, con l’orchestra e col coro di voci bianche. Poi, nel trailer, e la cosa mi ha fatto assai piacere, il produttore Nexo Digital ha scelto proprio la versione a cappella, a bicinium.»

Toni Servillo è l’attore straordinario scelto per il progetto Hitler. Della sua statura ci ha da sempre colpito il fatto che sia in grado di raccontare anche con una semplice espressione del viso: il cinema che può fare a meno della parola, insomma. Ma, senza contraddirci con la nostra apertura, la parola può fare a meno della musica?

«Su Servillo è esattamente così, nel film. Per il resto, assolutamente sì: quando la parola assume la forma della poesia non ha mai bisogno della musica, salvo in rarissimi casi, come mi è accaduto quest’anno allora che ho accettato di lavorare alle musiche di Guardiana, testo poetico di Francesca Merloni con la regia di Gianmarco Tognazzi. Un fatto eccezionale, se consideriamo che la poesia vera conserva una sua musicalità. Ma, nel caso della Guardiana, con l’opera straordinariamente bella dal punto di vista musicale del suo suono, si è trattato di una idea particolarmente innovativa: riuscirne a fare un poli linguaggio che unisse la regia teatrale, la poesia e una musica che fosse una musica terza voce in scena, come un contrappunto a tre voci tra Tognazzi (io maschile), Francesca Merloni (io femminile), e la musica (terza voce) – un tricinium, insomma. Ma resta il fatto che l’unico caso in cui davvero la parola non abbia bisogno della musica è la poesia, o quando quella parola è talmente scolpita eternamente nel suo poli significato ed è detta da un interprete talmente gigantesco che la cosa bella è che, attorno alle pause del dire la parola, rimanga solo il silenzio.»

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È noto che il Degas delle celeberrime ballerine venne in Italia per studiare i grandi pittori che l’avevano preceduto e che il primo Beethoven sia riconducibile al suo maestro Haydn e così via per moltissimi altri artisti. C’è qualcuno che ha condizionato le tue prime composizioni e, ad ogni modo, cosa suoni e ascolti quando non ti ritrovi con Anzovino?

«(Sorride, ndr). Allora, io con Anzovino non mi ritrovo mai. Nel senso che l’ultimo autore che ascolto è Remo Anzovino. Lo devo ascoltare durante le produzioni e per me, in realtà, questo è un lavoro, qualcosa che fa parte del mio passato. Pure nel momento in cui lo sto registrando, per me appartiene al passato. O quando arrivo in sala con la partitura: sto guardando una cosa che è passata, e la devo solo consegnare. I miei ascolti, invece, vanno da Luca Marenzio a Gesualdo da Venosa e fino ai Coldplay. Cioè, non c’è nessun ambito musicale nella mia discoteca dove non è presente qualcosa che sia stato significativo nella storia della musica. Sin da bambino ho collezionato dischi e normalmente sono stato attratto dalle cose che sono molto lontane dal mio linguaggio, quindi ho divorato i lavori di Steve Reich, di Arvo Pärt, di Brian Eno e tantissima musica contemporanea: Berg, Berio, Britten… Per la melodia i miei riferimenti passano per tutta la storia che parte dalle villanelle del ‘500 – benissimo cristallizzate nella recente pubblicazione di Roberto de Simone La canzone napolitana, un libro bellissimo che consiglio. Ecco, diciamo, per la melodia passione smisurata per la storia che parte dal ‘500 e arriva fino al ‘900 della canzone napoletana.»

Dunque, peso alla storia della canzone italiana che detiene un ruolo determinante nel panorama mondiale. Intendo dire: ha fatto bene Baglioni a ricondurre il Festival in una direzione italiana…

«Certo. Addirittura io punterei anche alla valorizzazione dei dialetti: il napoletano, il friulano… che non sono dialetti ma vere e proprie lingue.»

… lo dici a un pezzo di Sicilia. Sempre a proposito di formazione, sei cresciuto lontano dalle aule dei conservatori, in piena libertà, sviluppando anche per questa ragione un linguaggio aperto e personale. Si penserebbe ad una storia semplice: uno che si mette al piano da ragazzino e, abracadabra, les jeux sont fait! Da musicisti, sappiamo che la passione per l’arte costa altro, è sacrificio. In verità, perciò, come si diventa Remo Anzovino?

«… molto sacrificio. Beh, si diventa… semplicemente ricordandosi ogni giorno del perché a dieci anni hai scelto il pianoforte e la musica e perché ancora oggi, dopo trentuno anni, quando metti le mani sul pianoforte ti emozioni come quando avevi dieci anni. Occorre non dimenticare mai, anche quando la musica diventa comunque un business, un lavoro, cioè quell’avere a che fare con una serie di persone e aspetti che non c’entrano con la musica ma che ne fanno comunque parte – benissimo sintetizzati in Come funziona la musica di David Byrne, libro che, a mio parere, andrebbe adottato da tutti i conservatori italiani: uno dei più grandi regali che un musicista abbia potuto concepire per il prossimo. Ecco, secondo me, nel diventare un professionista, nell’imparare le regole del professionismo, non bisogna dimenticare mai perché hai iniziato, lottato e faticato per mettere a fuoco un tuo linguaggio che non assomigliasse a nessuno se non al tuo solo bisogno di comunicare e di metterti in comunicazione con chi deve ascoltare, e, quindi, riuscendo sempre a trovare un equilibrio tra la profonda ricerca e il saper comunicare qualcosa. Perché la musica ha senso solo se c’è qualcuno che ha voglia di ascoltarla perché, al contrario, forse stai facendo una musica inutile.»

Remo, Pordenone appartiene a un territorio coccolato dai monti ma che guarda al mare. Salire in vetta o lasciarsi andare al largo?

«Sempre salire in vetta. Sempre scalare una montagna nuova, più alta, e cercare di arrivare in cima a quella scelta di volta in volta, perché non esiste una sola montagna, ma tante. Come dicevo, dimenticarsi in fretta quando sei riuscito ad arrivare su una vetta piccola o grande che essa sia, dimenticare di averla raggiunta e lavorare per cercare di arrivare oltre.»

Oltre. Ci piace, molto.

 

 

Giuseppe Sanalitro

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