ANDREA SANNINO, ‘A VITA MIA

Una moglie che lo ama, un cucciolo di bimba arrivata da poco, circondato dalla sua musica. È questa la vita che sognava da bambino. Andrea Sannino colleziona un sold out dopo l’altro e continua a sognare. Mi racconta della sua Napoli e della grande responsabilità che sente nell’interpretare un mostro sacro come Renato Carosone.

Ricorda un pomeriggio d’agosto con Lucio Dalla, poeticamente, tra musica e vita. Sorride, è verace, di cuore, Andrea Sannino. In “Abbracciame” ha messo dentro i vicoli, le strade, i muri… la famiglia, i genitori, Marinella e Gioia. Ha messo dentro tutto il calore della sua gente. Quelle incontenibili ondate di affetto che si riversano sulle piazze e, nota dopo nota, gli cantano addosso. A tutto quell’amore lo scugnizzo di vico Santa Rosa risponde nell’unico modo che sente proprio, con quel cauto timore che precede la conquista. Si schiarisce la voce e ricomincia il canto.

Una moglie che ti ama, un cucciolo di bimba arrivata da poco e la tua musica. È questa la vita che sognavi da bambino!?

«È proprio così! Da bambini si sogna sempre il massimo, sia per la vita privata che per quella professionale. In questo periodo ho tutto quello che sognavo. Cose semplici. Non ho mai sognato di possedere una Ferrari, ma una famiglia come quella che ho e la fortuna di riuscire a fare il lavoro per cui mi sentivo di essere nato.»

Andrea, quale altro sogno vorresti ancora realizzare?

«Ce ne sarebbero tantissimi, sono un ingordo di sogni e non saprei sceglierne uno. Il sogno più grande, nella nostra società, è continuare a sognare; continuare ad avere sempre uno scopo, poiché – aimè – esistono tante persone al mondo che hanno smesso di sognare.»

Sicuramente, tra i progetti più ambiziosi dell’ultimo periodo, nell’anno in cui ricorre il centenario della sua nascita, c’è la preparazione del musical su “Carosone, l’americano di Napoli”. Raccontaci un po’ come sta andando la preparazione, come ti senti.

«Interpretare un mostro sacro come Carosone, mette i brividi al solo pensiero. È stato napoletano e cittadino nel mondo, e con la sua musica è riuscito a far innamorare dagli americani ai giapponesi, agli africani… In barba a tutti quelli che, ancora oggi, dopo secoli di storia e riconferme, pensano che il napoletano non sia una lingua universale. Lui è un orgoglio e un vanto per me e per tutti gli italiani! Quando ho ricevuto la chiamata in cui mi chiedevano di interpretarlo, mi sono armato di coraggio e responsabilità, e sono partito. All’onore e alla medaglia penserà il pubblico, io ci metto tutto l’impegno.»

Si percepisce tutto il carico di responsabilità che deriva dal dover interpretare un mostro sacro come Renato Carosone. Detto tra noi, soffri un po’ di ansia da prestazione?

«Continuamente! Penso che l’eccessiva sicurezza, nella musica, non paghi. È la parte che precede l’esibizione a dover essere precisa. Devi aver provato e riprovato, sentirti pronto e solido, con un palco che hai disegnato e che conosci nei minimi dettagli. In questo sono maniacale. Però, nel momento in cui sto per entrare in scena, benedico la paura e l’ansia, perché senza sarebbe un’esecuzione fredda, cinica, che non ha rispetto del pubblico. Invece, del pubblico si deve avere sempre un certo timore, e poi conquistarlo con l’arte.»

Cosa provi mentre canti? Qual è il momento in cui ti maggiormente emozioni davanti al tuo pubblico?

«Quando mi cantano addosso. È un’emozione che un artista può provare dopo qualche anno, se riesce ad entrare nei cuori delle persone. Oggi mi cantano sopra anche nelle canzoni meno conosciute e, quando accade, provo l’emozione più grande, perché ritornano alla mente tutti i momenti e le difficoltà iniziali. Avere un esercito di persone che canta le mie canzoni è qualcosa che mi emoziona profondamente.»

Che tipo di rapporto riesci ad instaurare con il tuo pubblico?

«Estremamente confidenziale e semplice. Loro lo sanno. Dopo i concerti, anche quelli nelle piazze più affollate, mi piace restare e salutare chi è venuto lì per me. Nei confronti del mio pubblico provo profonda gratitudine e riconoscenza. Noi artisti abbiamo come unico datore di lavoro il pubblico. In barba ai contratti e ai produttori, se non hai il pubblico dalla tua parte non hai nulla.»

Sei una persona esigente nei confronti di sé stessa?

«Decisamente, con tutti i limiti umani! Proprio perché tendo a identificarmi sempre nel pubblico e mai nell’artista, quando canto, mi sento pubblico anch’io. Sono esigente, ma senza l’ansia di dover mostrare dei superpoteri.»

Se ti guardi allo specchio, cosa vedi?

«Mi vedo con mia figlia in braccio e mia moglie che sta preparando il pranzo… Mi vedo realizzato negli affetti familiari. Mi vedo un adulto che continua a guardare il mondo con gli occhi di un bambino, e mi sento felice. È questa per me la felicità.»

Oggi Andrea Sannino si sente felice, immerso negli affetti familiari. Cosa significa per te famiglia? Quanto ha influito nel tuo percorso musicale?

«La famiglia è la roccia solida che affiora dall’oceano. Se non si ha quella roccia dove approdare e rigenerarsi, si resta sfiniti e sopraffatti da tutto quel mare. La famiglia, quella che mi sono costruito, influisce anche sulla mia creatività: quasi tutte le mie canzoni parlano d’amore e mi sento credibile quando lo racconto. Questo accade anche grazie all’altra metà discografica della medaglia, ai miei produttori artistici Mauro Spenillo e Pippo Seno. Credo che il pubblico avverta tutto questo e mi senta vero in quello che dico. Non potrei cantare “Abbracciame”, se non avessi una vita che rispecchiasse quel testo.»

Quand’eri piccolino, tua sorella, porgendoti un cacciavite giallo e nero a mo’ di microfono, giocava a presentarti: “Signore e signori, Andrea Sannino”. Tu sbucavi dal letto e cantavi… Poi, da grande, hai scelto di far diventare il canto la tua professione. I tuoi genitori, la tua famiglia, cosa ti hanno detto? Hanno approvato questa scelta di vita?

«Sono stati dei genitori come spero di esserlo anch’io. Sono stati molto saggi. Non mi hanno fatto sentire la pressione di dover arrivare e non mi hanno mai ostacolato, neanche quando mi vedevano battagliare tra un lavoro e l’altro, e poi fare notte fonda per le prove in teatro. Un teatro amatoriale, senza nessun guadagno, ma solo per formare la mia esperienza artistica. Ho frequentato la scuola alberghiera, poi l’università, ma sono durato solo otto mesi. Ho fatto tantissimi lavori sporadici. Ogni volta che ne iniziavo uno, sapevo in cuor mio che sarebbe stato provvisorio. Così non mi decidevo. E loro non mi hanno mai imposto di farlo. Tolta la parentesi di “Scugnizzi” a vent’anni, fino al duemilaquindici non mi era cambiata la vita professionalmente. E ci vogliono tanta pazienza e sacrificio per resistere e non mollare fino a quell’età. Se a ventotto anni avessi mollato, adesso non starei qui con te a chiacchierare per questa intervista.»

C’è un consiglio che ti hanno dato? E qualcosa che, invece, ti hanno sconsigliato?

«Consigli professionali no, perché i miei genitori sono lontani dal mondo artistico: mio papà è bidello, mia mamma casalinga. Hanno saputo darmi dei consigli sul piano umano, che poi sono i fondamentali. Mi hanno sempre detto di stare tranquillo e, nei momenti di sconforto, quando mi vedevo già giovanotto ma senza un’idea chiara sul futuro e a un passo dal mollare tutto, mi hanno incoraggiato ad andare avanti. Nonostante sapessero di non potermi aiutare economicamente. Sono stati genitori presenti, ma alla giusta distanza. Non erano di quelli che si presentavano ad ogni provino. Sapevano che mi dava fastidio e rispettavano la mia scelta. Non sono mai stati invadenti.»

E tu che padre vorresti essere per Gioia?

«Vorrei essere un padre presente, che non le faccia mai sentire la mancanza di una figura con cui potersi confrontare e sfogare. Oggi il mondo va troppo veloce. In dieci anni, tra i social e la tecnologia, è come se si fossero susseguite tre generazioni. A dieci anni mia figlia non saprà le stese cose che sapevo io a dieci anni. Oggi ai ragazzi il mondo arriva tutto in faccia. Arriva in faccia da uno schermo e c’è sempre più bisogno di un appoggio vero, autentico, concreto. Quello che c’è sui social crea spesso illusioni, falsi miti, tanta gente infelice. Il web ci ha incattiviti. Ogni volta che lo vorrà, Gioia potrà contare sul mio appoggio.»

Qual è il sogno più grande che fai per lei?

«Crescendo, dovrà capire lei stessa per cosa è portata e seguire la sua strada. In cuor mio, nutro un sogno, non solo per Gioia ma per i bambini come lei, che domani possano trovare un mondo più accogliente e più sicuro…»

… Un mondo dove ognuno riesca ad esprimere quelle che sono le proprie attitudini. Andrea, cos’è per te il talento?

«Credo che ogni persona sulla faccia della Terra abbia del talento. Per farlo emergere, però, ci vogliono l’intuizione e la fortuna di scoprirlo. Una volta scoperto, il talento va coltivato con disciplina e costanza.»

Restando in tema di talento, avevi sedici anni quando, in un programma condotto da Antonella Clerici, hai intonato “Caruso” duettando proprio con il grandissimo artista bolognese. Da lì Lucio Dalla è stato un po’ il tuo “padrino d’arte”, il tuo mentore. Ti andrebbe di condividere con noi un aneddoto privato che lo riguarda?

«Ai tempi ero ancora fidanzato con Marinella. Un pomeriggio d’agosto (alla guida della mia prima macchinina, una Renault Clio blu vecchiotta con migliaia di chilometri sulle ruote e pagata milleduecento euro) arriva la chiamata di Lucio che, com’era solito fare, aveva attraccato con la sua barca al porto privato di Castellammare di Stabia. Eravamo in tangenziale a Napoli, di rientro dal mare. L’auto era completamente ricoperta di sabbia. Ancora incredulo, dico a Marinella che Lucio mi aveva invitato sulla sua barca e, approfittando che dietro la nostra ci fosse l’auto di mio cognato, gli chiedo di riaccompagnare a casa Marinella, mentre io vado al porto. Arrivato davanti alla sbarra, la guardia giurata, che piantonava l’ingresso privato, non voleva farmi passare. Come dargli torto!? Immagina la scena: uno sbarbatello di diciotto anni, con una macchina inguardabile, vecchia, sporca, ricoperta di sabbia, che dice di essere atteso da Lucio Dalla. La guardia rimane a fissarmi per un minuto e poi, nell’incertezza tra cacciarmi o provare a chiedere conferma, sceglie la seconda opzione… Mentre il sole si spegneva dentro il mare, io e Lucio Dalla parlavamo di musica e di sogni. Ricordo quella giornata trascorsa in barca come una delle più felici della mia vita. Lucio amava Napoli e il nostro mare. Avrei tanti altri aneddoti di questo genere, fatti di semplicità, di umiltà e, perché no, di napoletanità.»

Semplicità, cuore, napoletanità. Il video di “Abbracciame” supera i trenta milioni di visualizzazioni su YouTube. In “Abbracciame” hai messo dentro cinque anni di vicoli, strade, muri… la tua famiglia, i genitori, Marinella e Gioia. Hai messo dentro tutto il calore della tua gente. Cos’è che ti auguri per la tua Napoli?

«Napoli è una città passionale. Dà il massimo; sa accoglierti, amarti, travolgerti; ti fa volare… e poi precipita in grandi cadute. Vissute anche quelle con passione. Vorrei augurare alla mia terra, alla mia Napoli, l’equilibrio. Napoli è così: arriva a picchi altissimi e poi va giù, sottoterra. Ma non la cambierei con nessun’altra!»

Prima di salutarci, ancora una curiosità. Hai conseguito il diploma di cuoco all’istituto turistico-alberghiero, ed è allo chef Andrea Sannino che chiedo: quale piatto utilizzeresti per descrivere la tua musica e perché?

«La frittata di maccheroni! Questo piatto, come le polpette al ragù, è casareccio, genuino, casalingo; da mangiare con la carta argentata che lo avvolge. Piace, sia a mia mamma e alla gente del vico Santa Rosa, il vicolo umilissimo dove sono cresciuto, sia al notaio di via Petrarca. Lo stesso non potrei dire di un cibo estremamente gourmet. A mio papà non piacerebbe, mi direbbe di non aver mangiato niente. La mia musica è come la frittata di maccheroni: piace alle persone dei quartieri popolari come a quelle che abitano nei grandi palazzi.»

 

Gino Morabito

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