ALI E RADICI NELLA MUSICA DI BEPPE DETTORI

Beppe Dettori è un musicista autodidatta che si è maturato nel mondo dello spettacolo seguendo gli insegnamenti dei grandi personaggi.

A volte è più importante un suggerimento di un musicista anziché la frequentazione di specifiche scuole di formazione.

La preparazione non deve essere certamente demonizzata, quando c’è una ricerca personale la motivazione aumenta in maniera considerevole. Ricordiamoci che non devono mancare la passione, il desiderio, l’amore per la melodia, senza tralasciare la voglia di comunicare al pubblico.

La necessità di raccontare la vita sfruttando l’arte della musica deve coinvolgere il musicista e Beppe Dettori è riuscito proprio in questo suo sogno. Il digitale stravolge la preparazione delle nuove generazioni anche se è un valore aggiunto di notevole importanza. Sarebbe opportuno, però, conoscerlo al momento giusto, dopo aver maturato una cultura musicale di livello, perché la base di un musicista è la conoscenza della melodia, senza la quale non si può arrivare a comunicare in maniera adeguata con il pubblico.

Beppe, lavorare con diversi personaggi dello spettacolo in che modo ha contribuito ad aumentare la tua preparazione musicale e culturale?

«Sicuramente in maniera determinante. Bisogna, però, essere molto attenti a recepire gli insegnamenti, sia quelli diretti, sia quelli indiretti. Metterli in pratica, poi, è un’altra avventura, perché gli effetti delle cause poste non sono scontati, quindi devi inventarti come proseguire il percorso intrapreso.»

Con quale artista hai percepito una maggiore sintonia musicale?

«Ogni artista mi ha lasciato qualcosa di cui fare tesoro. Eros Ramazzotti, il primo che ho conosciuto, dal 1991 fino a oggi continua a passarmi “informazioni” che, nella speculazione del “mestiere musicale”, sono di vitale importanza per poter vivere di musica. Fabio Concato mi ha insegnato a scrivere le canzoni a suon di “bastonate” ed elogi nel momento in cui centravo il bersaglio, creando coerenza tra strofa, ponte e inciso. Ho ricevuto enormi insegnamenti, ai quali rendo gratitudine e per questo motivo mi sento fortunato.»

Quale importanza attribuisci alla musica come veicolo di comunicazione e di coinvolgimento delle persone?

«La musica è un potere invisibile che, attraverso dei “mezzi” (strumenti, voce, creatività), può addolcire oppure esasperare stati d’animo, creando emozioni e stimolando iniziative e progetti. Oggi, forse questo aspetto si è un po’ appiattito per motivazioni diverse. Assistiamo a cambiamenti generazionali mirati più all’apparenza che alla sostanza. Con qualunque device puoi accedere alla musica e ai vari generi musicali, oppure prediligere l’andamento dei trend e gossip, invece che dare spazio alla curiosità di scoprire cose nuove e non necessariamente di moda. Aspetti positivi e negativi che inevitabilmente, con le nuove tecnologie, alcune strutture, come ad esempio la discografia, hanno quasi smesso di esistere. Ne consegue un panorama quasi senza regole, se non quelle del budget e degli sponsor. Chi detiene queste caratteristiche ha più chance rispetto ad altri che magari hanno le canzoni ma non il budget e gli sponsor. Dunque non più una dittatura light della discografia, ma anarchia indipendente d’élite.»

Le prime performance musicali come hanno influenzato la tua carriera artistica?

«Con i consensi di chi si fermava ad ascoltare. Ero costretto a suonare per strada, agli inizi, quando imparavo a suonare le canzoni che studiavo. Sono cresciuto a Stintino e i primi stage erano il muretto del lungomare di fronte casa, l’impatto col pubblico le persone che passeggiavano lì nei paraggi. Dopo un po’ di tempo cominciò a fermarsi sempre più gente, al punto da formare una folla di persone che intralciava il traffico locale: una vera e propria iniezione di fiducia per un apprendista musicista e cantante.»

Pop, rock, jazz ricorrono nella preparazione culturale di un musicista. Questi generi musicali quali peculiarità conferiscono all’artista?

«Dipende dagli obiettivi personali. È necessario non focalizzarsi esclusivamente sui generi che ci piacciono o che riteniamo più congeniali, bisogna ascoltare in modo didattico anche i generi che apparentemente non amiamo. È qui il gioco della trasformazione e del trasferimento dati, la formazione di una personalità autentica e originale. La fatica e il sudore sono due aspetti del percorso, da amare.»

Quando Beppe Dettori compone brani musicali a cosa si ispira maggiormente?

«Inizialmente è un aspetto meditativo, talvolta mediato da esigenze artistiche o artigianali. Amo il folk e l’etnico, poiché trovo onestà e sincerità nel proporre la continuazione della tradizione.»

Come valorizzare l’importanza della musica per i giovani, cercando di coinvolgere i ragazzi nella straordinaria creatività culturale della melodia?

«È un’impresa difficile! Alzare il livello culturale oggi significherebbe un enorme investimento nell’educazione civica, facendo così ritornare una certa percezione a melodie che ti portano alla commozione e ad un benessere emozionale, invece che a un disagio e alla rabbia generazionale.»

 

Francesco Fravolini

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