IL COLORE ROSA

Cinque tra i migliori album pubblicati da donne dipingono un universo variegato, dal pop mainstream alla rabbia dell’indie più radicale.

Musica Intorno vuole rendere omaggio a quelle personalità artistiche che, attraverso una raffinata produzione discografica, sono riuscite a significare la loro stessa essenza.

Una sorta di bouquet musicale che, ai piani alti della critica internazionale degli ultimi anni, si tinge meravigliosamente di rosa.

Valerie June, The order of time

Una miscela di country, blues e soul per la figlia di un producer di gospel che dopo dieci anni di gavetta si sta imponendo come una delle nuove voci femminili di maggiore pregio della musica nera. Il nucleo compositivo del disco sono ballate infuse del classico soul di Memphis su un tappeto di chitarre elettriche atmosferiche, spazi espansi che rimandano all’epopea dell’affermazione nera dalla fine degli anni ‘60 ai giorni nostri. Una colonna sonora per i libri di Toni Morrison, il premio Nobel che, come June, descrive un mondo che fu con strumenti narrativi d’avanguardia.

Lorde, Melodrama

Osannato da gran parte della critica mainstream, il disco della giovanissima australiana, in patria diva celebre ma molto meno conosciuta in Europa, è il classico pomo della discordia. Lorde non scrive nemmeno un pezzo, lasciando l’incombenza al produttore Jack Antonoff, già autore per Taylor Swift e dunque macinatore di successi planetari. Il disco presenta una cesura drammatica: prima metà dal piglio danzereccio pensata per le radio, ma con suoni immaginifici e suggestivi. La voce è spinta in primissimo piano cristallizzando l’idea di un dialogo intimo e personale con l’ascoltatore. Writer in the dark lascia la voce quasi esclusivamente in compagnia di un piano solo in un recitativo drammatico che svela tutte le doti di un talento da indirizzare sulla retta via.

Laura Marling, Sempre femina

Dopo aver autoprodotto il suo album precedente, con insoddisfazione, Laura Marling si appoggia a Blake Mills già produttore di John Legend. Ne risulta un disco acustico raffinatissimo, con percussioni e basso in primo piano a dettare un mood jazzato e largo uso di una singhiozzante sincope. Una trama scarna ed essenziale, con echi delle latitudini di Tom Waits e Nick Drake. La tessitura si rinsalda grazie a frammenti di elettronica che traducono le suggestioni di un paesaggio contemporaneo. La voce di Marling sempre sussurrata, dal seducente vibrato ma mai sopra le righe, detta un’eleganza al passo coi tempi. Un’opera che cela un’appagante, serena malinconia.

Juliana Hatfield, Pussycat

Copertina “disturbante” in cui l’ex divetta dell’underground statunitense anni ‘90 si presenta macchiata dalla malattia. “Voglio essere la tua malattia” sentenzia nel pezzo d’esordio del disco. Hatfield suona tutti gli strumenti, eccetto la batteria, completando il disco in due settimane. Un disco diretto incentrato sull’attualità, un’unica invettiva contro il presidente Trump, mirato nella fattispecie a condannare la sua misoginia. Melodie solari, infantili, cantilene apparentemente innocenti sputano sentenze con la rabbia di un’adolescente ribelle. Una Lennon meno pensosa, ma baciata da un’identica inguaribile attitudine a melodie agrodolci, con un cuore di collera piccante.

Nadia Reid, Preservation

La cantautrice neozelandese bissa il sorprendente debutto del 2015 con un’opera egualmente ricca di intrigante fascino: in una foresta incantata di chitarre elettriche fluttuanti di eco e un’atmosfera ambient, Reid devasta il panorama con un cantato fortemente evocativo. Dubbi, speranze, tenere angosce danno corpo a un personaggio che indulge nel romanticismo più sfrenato. Per i teneri di cuore, che non si rassegnano a un mondo dominato dalle macchine.

 

Milena Ferrante

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