L’AMORE PER ROMA NON MUORE AL CONCERTO DEL MURO DEL CANTO

Nella notte magica del solstizio d’estate, Il Muro del Canto è tornato a suonare a Roma inaugurando la manifestazione dell’Estate Romana 2019 di Parco Schuster ai piedi della Basilica di San Paolo, e per i fan non poteva esserci modo migliore per festeggiare quella che, da 25 anni, è anche la giornata mondiale della Festa della Musica.

L’amatissima band romana come sempre non si è risparmiata, volendo anche regalare agli astanti un concerto pieno di sorprese, sul palco e in scaletta. Il concerto della prima notte d’estate si è svolto all’insegna dell’amicizia con la partecipazione di tanti ‘fratelli’ artisti, a cominciare dai rapper Para, Elio e Plug delle Bestierare, il cantautore Roberto Angelini e l’attore Marco Giallini, che si è finanche improvvisato alla batteria lasciando tutti a bocca aperta!

Le Bestierare, accompagnate in console dal mago dello scratching su vinile dj Amaro, hanno aperto la serata e scaldato la pista col loro rap indignato, facendosi “salire la scimmia” fuor di ogni metafora. Sotto il palco, la folla che intanto andava ingrossando ha seguito molleggiando sulle gambe il mantra dei loro brani di successo, snocciolato in modo frenetico dai tre rapper romani, uno dei quali in costume da scimmia dispettosa.

Forte scarica di adrenalina per il pubblico quando la formazione de Il Muro del Canto è piombata come un turbine sul palco attaccando “col botto” con Arrivederci Roma, un incipit insolito che, come un ossimoro, ha impostato il tono della serata: “So’ tornati i tempi cupi de ‘sta zozza società”, di conseguenza i sei musicisti sono tornati, come promesso anche nel testo, “perché nessuno è bastardo de madre“ e Roma è la madre di tutti noi.

Il messaggio è arrivato chiaro dopo altri due pezzi con il monologo Roma maledetta di Alessandro Pieravanti, declamato dall’attore romano Marco Giallini, l’attesissimo superospite a sorpresa già protagonista di un loro videoclip: “Quella che ce fa paura non è la Roma maledetta e nemmeno quella delinquente: è la Roma indifferente”. Un lungo momento di suspance col palco al buio ha introdotto Giallini che, accolto con un’ovazione fragorosa, ha subito letto il monologo sulla storia di Roma, tratto dal nuovo album L’amore mio non more, infarcendolo di intercalari ‘veraci’ ma adeguati alla gravità del testo e della situazione.

 

 

 

Infatti Roma, questa madre bella ma crudele “che te mena e t’accarezza”, attraversata da fatti tragici sin dalla fondazione, definita nelle canzoni – che non a caso si susseguono in scaletta – santa e dissoluta, ladra, zingara e meretrice, è il cuore delle preoccupazioni della band alla vigilia della manifestazione in difesa degli spazi culturali occupati della capitale, minacciati di chiusura imminente.

Con una slide guitar elettronica poggiata sulle gambe, ‘Bob’ Angelini ha arricchito di sonorità blues e country alcuni dei pezzi più significativi del Muro oltre al tanto atteso inedito L’omo in nero, cucito su misura da Franco Pietropaoli per il frontman della band rielaborando in romanesco il testo dell’iconica Man in black di Johnny Cash. Il nuovo brano è stato cantato da un Daniele Coccia commosso quanto sorpreso di vestire alla perfezione – neanche fosse il karma a metterci lo zampino – gli stessi panni del famoso cantautore americano, votato al nero in nome del riscatto degli ultimi.

La visione del mondo egualitaria di Cash viene sottoscritta appieno dal Muro del Canto, tanto da poter dire che L’omo in nero, dopo iI minaccioso Ammazzasette del primo album appena ristampato in vinile, completi l’identikit dei membri della band, eterni ribelli sempre vestiti di nero. Giudicando poi dalle canzoni selezionate per questa data romana anche tra pezzi non eseguiti da tempo, grondanti sentimenti anarchici e anticlericali con poche concessioni fatte all’amore seppur tradito, il tono è apparso più incisivo del solito. Dopo una seconda raffica di brani tra cui La vita è una – che omaggia la palestra popolare del Quarticciolo del giovane pugile apparso nel videoclip con Giallini e invitato sul palco –, Fiore de niente, Il canto degli affamati e Quanto sete brutti, la scaletta si è conclusa con La malarazza, antico canto siciliano di rivolta rielaborato in romanesco.

In chiusura, alcuni bis romantici hanno infine appagato i fan che pian piano hanno lasciato Parco Schuster, molti con i figli ormai esausti al collo o addormentati nei passeggini, sebbene la serata sia continuata con l’aftershow di Funk Pope, il Papa delle sonorità black calato in console in un’atmosfera blu da incontri ravvicinati del secondo tipo, deliziando i pochi rimasti con in corpo energie per ballare a ritmo di funk e groove elettronico.

Sono tornati a casa felici anche i genitori di Marianeve, piccola fan concepita quando la band è stata formata otto anni fa, il cui fratellino Cesare in questa serata magica è stato chiamato inaspettatamente sul palco con la sua chitarra elettrica giocattolo al collo, in braccio al papà orgogliosissimo: a neanche tre anni, il piccolo musicista in erba già conosce tutte le canzoni della band, che hanno ritmato la sua vita insieme al battito del cuore della mamma!

Il concerto della notte più breve dell’anno è stato una lunga emozione in musica e una bella festa popolare partecipata – come auspicato dall’organizzazione – per tutta la grande famiglia allargata dei sostenitori del Muro.

 

Dorina Alimonti

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