LA MACCHIA MONGOLICA, LE POETICHE SUGGESTIONI DI UN VIAGGIO TRA IL DESERTO DEL GOBI E I MONTI ALTAJ

Un progetto d’arte a 360°. Un disco che è anche un libro, un film, una colonna sonora. Massimo Zamboni, musicista e scrittore, co-fondatore dei CCCP e dei CSI, compone “La macchia mongolica”, un album di tredici tracce suonate assieme a Cristiano Roversi e Simone Beneventi.

Tutto ha inizio nel 1996, quando Zamboni assieme ai CSI parte per la Mongolia. Da quel viaggio vedrà la luce “Tabula rasa elettrificata” e nascerà Caterina, la figlia di Massimo, con la tipica “macchia blu della Mongolia” sulla pelle.

“Ome ewe” introduce l’album, con un sottofondo di suoni stirati e dilatati che ci accompagnano alla prima vera e propria traccia del lavoro: “La macchia mongolica”, un climax musicale dal sapore etnico che si evolve per due minuti, sfociando in un superbo giro di basso che lo salda prepotentemente a una radice rock.

Lento e sognate, “Heavy desert” ci trasporta nelle sabbiose distese del Gobi, con lunghi suoni sibilanti e sparuti accenni di melodia.

Dall’impronta più rock, con un basso imponente e protagonista, ci spostiamo verso i monti Altaj, dove le percussioni accompagnano una semplice melodia e sentiamo un perenne suono di dungchen (corno tibetano). Questa la caratteristica di “Sugli Altaj”, quarto brano del disco.

“Djinn”, ispirato forse alle creature sovrannaturali appartenenti alla tradizione e alle credenze semitiche, intermedie fra il mondo angelico e il mondo degli uomini, è un brano di quasi tre minuti, dai suoni lunghi e sibilanti, tesi e ricchi di oscure presenze nascoste.

“Altopiano ruota” si fonda su un unico inciso melodico che si ripete fino alla fine, avvolto da un leggero rumore come di pioggia, voci distorte e sibili di vento.

A seguire “Casco in volo”, chitarra acustica e percussioni. Semplice e diretto, non manca mai il sapore etnico ed orientale delle percussioni che fanno capolino durante tutto il brano.

L’intero album “La macchia mongolica” diventa la colonna sonora dell’omonimo film diretto da Piergiorgio Casotti, e sono brani come “Shu” e “Huu” che riescono perfettamente a descrivere quel mondo così lontano da noi, con lente melodie e fraseggi orientali.

L’unico brano cantato, “Lunghe ombre”, offre un intenso momento di riflessione: “esistere costringe a proiettare le nostre ombre sulle ombre altrui”. Il brano non si discosta dal sound cardine dell’intero lavoro, esortando a un più attento ascolto.

In “Khovd” il paesaggio sonoro descritto è sognante. Percussioni e strumenti a fiato legnosi accompagnano uno stralcio melodico di una chitarra ricca di riverbero e delay.

Nel deserto del Gobi sono presenti alcune centinaia di esemplari di cammello selvatico, è per loro “I cammelli di Bactriana”: brano che si distingue per un lead dal sound anni ‘80 che prende piede al secondo minuto, scalzando i rumori di campanacci e basso, e lasciandoli nello sfondo del mix.

Romantico e malinconico, “Mongolia interna” chiude l’intero lavoro. Come una voce eterna che riecheggia tra le montagne e le sabbiose distese del deserto, ci saluta in lontananza. Poche note, sussurri quasi umani si intrecciano in un’armonia, accompagnate dal tintinnio metallico. La fine di un viaggio verso terre lontane e misteriose.

Poetico, elaborato di finissima fattura. Ma anche un disco diretto, che fa breccia nell’immaginario collettivo, descrivendo le poetiche suggestioni di una terra dalla storia millenaria. “La macchia mongolica” di Massimo Zamboni arriva dentro il cuore e spalanca la mente.

 

Davide Agrò

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