VIAGGIO NEL SUONO, ANDATA

 

Raid dell'Etna 1_musicaintornoCi siamo messi in macchina per un viaggio di circa 200 chilometri, dalla costa est al centro della Sicilia e ritorno. Per accompagnare l’A19, la piana che si fa colline e i colori che a maggio trasformano il quadro dai toni verdi a quelli gialli del grano, abbiamo caricato nella pen drive una selezione da cinque album per piano solo, concentrando l’attenzione su alcuni brani nell’intento di penetrare le intenzioni dei suoni che li caratterizzano. A farci compagnia Esotérik Satie di Alessandra Celletti, i Notturni di Chopin interpretati da Maurizio Pollini, Joy di Giovanni Allevi, Solo piano II di Chilly Gonzales e Paris/London (Testament) di Keith Jarrett.

 

Imboccata l’autostrada l’atmosfera rarefatta e intensa della Gnossienne n. 1 di Satie interpretata dalla Celletti ci ha condotti in un suono che altro non vuole essere che uno sguardo lontano: lo strumento è registrato in una ordinata confusione tra il riverbero rigonfio e l’utilizzo di un abbondante pedale nello strumento, una formula magica per una risonanza dove gli ingredienti, con sensi ad un tempo attenti e visionari come lo è l’artista romana, possono distinguersi similmente agli oggetti intimi sparsi in una camera o a quei profumi delicati che una volta vaporizzati stordiscono i nasi.

Così la pensiamo con l’aria che viene dentro dal filo dei finestrini con la zagara nuova. L’Etna ci guarda da destra, più o meno imponente a seconda dell’angolazione, e Gonzales, puntuale nel quadro, viene fuori nell’abitacolo deciso con Evolving doors. Il pianoforte, che sappiamo e riconosciamo verticale, preparato secondo un gusto stride con una accordatura perfettamente non precisa, si racconta con suoni netti anche se chiaramente trattenuti nella voce. Qui il pedale si fa più parsimonioso ed il riverbero è minimo, quello dei piccoli ambienti familiari.

Siamo soli e possiamo concederci un volume più alto e così riconosciamo senza fatica uno degli effetti originali a cui ci ha abituati il pianista canadese – al secolo Jason Charles Beck, già recordman per la più lunga performance di sempre al piano con un tempo totale di esecuzione di circa 27 ore: colpi legnosi, il pedale destro è rilasciato senza alcun contegno, creando una sorta di percussione che lascia l’impressione dell’intervento di un altro strumento inclassificabile che ogni tanto viene a disturbare, a punzecchiare, il suono del principale. I torrenti si sono ridimensionati dall’inverno e sotto i cavalcavia delle mucche pezzate tentano ancora la strada del mare…

 

FINE PRIMA PARTE

 

Giuseppe Sanalitro

 

Related posts