ELTON JOHN, COME DIRE STUPISCITI!

Elton John ha smesso ormai i panni di eccentrico folletto della canzone pop. Finiti i tempi delle calzamaglie sfilate sul palco e delle orecchie da topolino rubate a Disneyland, il baronetto fa parlare di sé più nella vita privata che sul palco. Per i duri e puri del rock, frequentare un concerto di Elton John è come mangiare la pizza con la mozzarella di mucca: sempre di pizza si tratta, ma non di quella vera. Ma questa è pura teoria.

Se storci il naso perché Elton è troppo pop per gli amanti del rock che conta e troppo rock per quelli delle canzonette, mi devi spiegare perché la sua musica fa capolino in due epigoni che dell’indipendente e del puro potrebbero fare un vessillo, quali i celebratissimi Mac De Marco e Father John Misty. John del resto non si è imborghesito sino in fondo. A Mantova sfodera camicia fucsia, completo d’ordinanza lungo, tempestato di strass, dai colori sgargianti e un sorriso smagliante, tanto che lo diresti felice. Un uomo di 70 anni che all’età in cui i suoi coetanei si crogiolano nella pensione davanti alle partite e alla scopa scientifica, sfodera una vitalità che fa impallidire i giovani smunti discotecari. Come dire stupisciti!

Jagger canta soltanto, Dylan si fa accompagnare da una band straordinaria, ma John fa quasi tutto da solo. Vero, ad accompagnarlo c’è una band che pare un orologio svizzero nella sua compattezza, rodata in una scaletta sempre identica a se stessa, ma che proprio per questo ha acquisito la naturalezza di chi sa fare bene il proprio mestiere senza svirgolare, pur non essendo fuoriclasse. Perché il fuoriclasse c’è già. Nelle due ore di concerto, John mostra una presenza impressionante, suonando praticamente senza pause. Si alza, incita il pubblico agli applausi, ricorda le vittime degli attentati in Europa, dedica “Candle in the wind” al suo amico Versace, mentre in “Don’t let the sun” fa apparire George Michael, che di quel pezzo fu grande interprete, sullo schermo gigante. Il suo pianismo è energico, fatto di ottave ribattute e di tutti i trucchi del piano rock da Jerry Lee Lewis al suo idolo Leon Russell e praticamente senza sbavature.

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La voce è solida, senza eccessi né ghirigori, ma con il piglio di chi ci crede. C’è il rock’n’roll anni ’50 ma anche il gusto del melodico-malinconico, da sempre l’essenza del suo personaggio. “Grazie a tutti voi” dice al pubblico “perché fare dischi è meraviglioso, ma non c’è niente di meglio che suonare dal vivo di fronte a gente come voi”. Sembrerebbe retorica ma Sir John ci crede e la fa diventare vera.

Con la compartecipazione di chi conosce ogni piccola nuance della gioia e del dolore, John declina sul palco la versione dell’uomo comune che aspira a diventare un gigante, ma in cuor suo sa di non esserlo. Un sollievo, in un’era di gente che si prende troppo sul serio. Lui no. A volte lustrini e paillettes sanno raccontare una storia. Ed è bello che la sua non sia ancora finita.

Milena Ferrante

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