“VITRIOL”, SUONI DAL FASCINO MISTERIOSO E SOGNANTE BELLEZZA

Splendidi suoni orchestrali ci avvolgono all’inizio della prima traccia, Like stars to mariners, contrappuntati da un bellissimo flauto sul canale destro, che lascia poi spazio a un bell’incedere di batteria e chitarra elettrica, che maggiormente arricchiscono il fascino evocato dall’inizio del brano.

Ci muoviamo nell’universo sonoro evocato da “Vitriol”, il lavoro compositivo di Flavio G. Cuccurullo.

Il successivo Labradorite lascia posto a un suggestivo piano e a una bella chitarra classica, immersi in godibilissimi effetti elettronici che ci conducono in un onirico caleidoscopio di colori provenienti da altri mondi e altri luoghi, nei quali è dolce lasciarsi cullare.

La terza traccia, Fireworks, inizia con un delicato arpeggio di chitarra, che cede poi il proscenio al piano e ai suoni orchestrali che caratterizzano l’intero lavoro.

The chronicles of a flower è maggiormente contraddistinto da suoni di ottoni, che lasciano poi librare una dolcissima melodia di violino. L’ascolto in cuffia consente di immergerci in mille suoni che rilassano il corpo e la mente, grazie anche al mirabile missaggio creato dallo stesso autore. Orchestrazioni e battiti elettronici si amalgamano mirabilmente, lasciandoci estasiati e in pace con l’universo tutto.

Mystic song, il quinto titolo, ci sorprende anche con melodiosi cori femminili, prima che misteriosi suoni mai uditi prima ci trasportino in spazi sconfinati. È incredibile la capacità di Flavio G. Cuccurullo di miscelare delicati suoni d’orchestra ad effetti elettronici, in un connubio tanto perfetto quanto rasserenante.

Rusty cage incalza maggiormente, senza che per questo venga meno la grazia e il gusto sopraffino che pervadono l’intero disco. Anche qui non mancano comunque i momenti eterei e fascinosamente misteriosi.

Monolith ci riporta alla quiete con archi distesi placidamente come un tappeto sonoro al di sopra del quale si leva il soffio di uno strumento a fiato dalle sonorità etniche. Segue quindi un incedere maggiormente pulsante, contraddistinto da violini e percussioni che rimbalzano nello spazio stereofonico, lasciando anche spazio ad una voce femminile dalle sonorità orientali, che canta senza pronunciare parole, come se si trattasse di un altro evocativo strumento. È la bellezza allo stato puro, musica che diviene sogno.

In the beginning inizia con uno splendido suono di chitarra classica, sempre supportato dagli archi, così come da suoni volutamente non ben identificabili, che contribuiscono al mistero e alla fascinazione che ormai ci pervadono.

That’s my village, la nona traccia, prosegue nell’atmosfera evocata dai titoli precedenti, divenendo ancora più incantevole, sorretta anche da percussioni che aumentano il pathos delle orchestrazioni in crescendo.

La breve A kaleidoscope of beauty tiene fede al suo titolo, ancora con archi magistralmente calibrati tra altri suoni, prima che un bel ritmo di batteria non giunga a tramutare lo struggimento in pulsione incalzante.

La conclusiva Reincarnation lascia levitare una voce nuovamente femminile e dalla melodia orientale, senza testo e dalle tonalità sempre più acute, sorretta da altre voci che permettono al lavoro di sfumare nel mistero e nella sognante bellezza.

 

Giuseppe Scaravilli

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