“ALL’ITALIA”. EMOZIONANTE, STUPEFACENTE!

Massimo Priviero 01_musicaintorno“All’Italia”, il nuovo disco di Massimo Priviero (etichetta Moletto/MPC, distribuzione Self, distribuzione digitale Italy Digital Music), si presenta come un lavoro impegnativo e coraggioso.

I temi affrontati non sono per nulla leggeri ma si intravede una certa Italia commovente, fatta di gente di ieri e di oggi, di memorie buttate al vento e di migranti nostrani. C’è un forte legame che tiene uniti passato, presente e futuro, così diversi tra loro per i periodi storicamente vissuti ma anche così vicini per le tematiche affrontate e per i dilemmi vissuti.

Un disco che emoziona e che stupisce.

“Villa Regina” si apre con una bella immagine di un uomo in piedi sulla riva del mare che si specchia sull’acqua, in attesa della partenza della propria nave. La canzone ha un bel giro di chitarra e un’armonica che la colora di tanto in tanto. Affronta il tema dell’immigrazione, della terra che troviamo oltremare e del viaggio. Un brano che apre egregiamente questo disco. “Aquitania” affronta il tema della partenza nel dopoguerra, un viaggio intrapreso a fine estate nel ‘46 con la fame addosso. La chitarra inizia a diventare familiare, facendoci capire la cifra stilistica di Massimo Priviero. Aquitania è un mondo da scoprire. Il terzo brano, “Fiume”, ci racconta di un ricordo al porto dell’omonima città, vissuto dagli occhi di un bambino che udì il padre gridare: “Non sono fascista, non son partigiano, mettetevi in testa son solo italiano, son nato e vissuto nella mia città e se mi cercate sappiate son qua”. L’autore affronta temi alquanto impegnativi, rendendoli a tratti leggeri. Fa venir voglia di cantare.

“Cielo blu” spezza un po’ con i brani precedenti. L’atmosfera è più inquietante, alla ricerca del cielo blu tra le montagne e quelle melodie che entrano in testa come in un loop. “Friuli ‘76” è la quinta traccia del disco. L’autore si accompagna ad una chitarra ritmata, per raccontarci l’esperienza di un ventiduenne alle prese col terremoto del Friuli nel maggio del 1976. Molto bello l’uso dell’armonica nel post inciso. È un brano colorato che cresce lentamente e incalza a suon di ricordi. “Berlino” si presenta con una veste più rock in una notte d’inverno a Berlino dell’86, alle 4 del mattino. Canta l’orgoglio di chi è partito.

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“Alba nuova” si apre con l’addio che un ragazzo italiano dà al proprio paese nel 2000. Un ragazzo come noi, figlio di gente normale, visto dai genitori come un raggio di sole che – dopo anni di studio – guadagna solo 700 € al mese. Sotto il cielo, che non ha confini, decide di andar via. È la storia vissuta da molti dei ragazzi di oggi, pieni di curricula e di speranze, che vivono aspettando il finesettimana e che spesso realisticamente danno la colpa al Paese per la loro precaria condizione. Il cielo rappresenta dunque l’apertura al mondo, dove si trova sempre un posto. Non importa quanto lontano andare, ma sotto il cielo un posto si troverà, “qualcosa di meglio vivrò”. Un brano che va ascoltato con molta attenzione, poiché racchiude una situazione generazionale attualissima e vera.

“Rinascimento” spezza con tutto ciò che l’autore ci ha presentato finora. Un rock spensierato e scanzonato. La batteria dà la carica, che fa quasi venir voglia di ballare insieme al coro che apre il brano. Una ribellione non tanto velata: “In alto al cuore amico mio resisteremo ancora un po’, in alto al cuore amico mio, rinasceremo io lo so”. C’è ancora un barlume di speranza alla fine della canzone e “balleremo insieme senza più andare via”. “Mozambico” è una traccia particolare. L’apertura strumentale è riflessiva. Parla del pensiero rivolto a un amico visto per l’ultima volta anni prima, dopo una partenza per il Mozambico. Una canzone che fa davvero pensare a quanto il mondo sia grande e quanto in realtà abbiamo già tutto, se pensiamo per un attimo a quanti non hanno davvero nulla. La migrazione vista non come fuga ma come soluzione. “London” inizia in maniera davvero veloce. I BPM sono cresciuti e la fisarmonica fa da cornice. Londra al centro dell’attenzione. È un brano rock, un inno a una città e ad una potenziale soluzione. Un brano che live può essere una punta di diamante in una scaletta già splendida.

“Bataclan” si propone come una lettera che una vittima del tragico episodio avvenuto al Bataclan di Parigi scrive alla propria madre prima di andare al concerto; una lettera che racconta spezzoni di quotidianità; la nostalgia verso casa, la rassicurazione che una figlia fa alla propria mamma: “Lo sai che io sto bene anche da sola, lo sai lo sai lo sai da quando mi portavi a scuola, lo sai lo sai lo sai perché mi prendi in giro ancora, quando ti dico non c’è davvero paura…”. Un brano decisamente intimo. Un inno alla vita che può far scendere lacrime ed emozionare senza troppi perché. Uno dei brani più intensi del disco, vuoi per la sua attualità, vuoi per la vicinanza ai fatti accaduti e che – ahimè – potrebbero accadere ad ognuno di noi.

“Abbi cura” è il dodicesimo brano. L’armonica introduce la voce di Massimo Priviero supportato da un delicato arpeggio di chitarra: “Abbi cura dei tuoi giorni, di questa tua terra, del mondo e di te stesso perché il mondo ti appartiene”. Abbi cura è un consiglio, una suggerimento intelligente a chi verrà dopo di noi e a chi ci ascolta anche adesso.

“All’Italia” è un disco eccezionale!

Sono pochi i dischi che ormai riescono a emozionare così tanto. Il mercato, ma soprattutto la gente, ha bisogno di musica così vera. È un disco pieno di vita, dove ognuno potrà trovare delle risposte.

 

 

Marco Selvaggio

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