FABRIZIO DE ANDRÉ, “PIETAS” NELL’ARTE DI DIPINGERE LE NOTE

‘Quale sarà la mano che illumina le stelle è la domanda che spesso, alcuni di noi, si pongono. Ma è anche altro, altrove.

Scrivo mentre ascolto “Ho visto Nina volare”, perla contenuta in “Anime salve”, cd-testamento del grande poeta genovese Fabrizio De André.

Ci lasciava esattamente 20 anni fa, l’11 gennaio del 1999. Scrivo inoltre dopo aver letto un mio vecchio articolo dedicato a Fabrizio; da allora alcune cose sono cambiate e altre no, come l’amore per i suoi versi, nato e cristallizzatosi grazie alla predilezione di mio fratello Corrado per la sua musica.

Riporto un suo pensiero: «Fabrizio sta sempre con gli ultimi, gli emarginati, le vittime del conformismo bigotto e del moralismo borghese. Lo stesso poeta ha affermato che tutti i suoi dischi potrebbero racchiudersi in un unico concept album intitolatosi “I miserabili”. I suoi personaggi “se non sono gigli son pur sempre figli, vittime di questo mondo”, oggi si studiano nelle antologie scolastiche, al pari del vinto di Verga, dell’inetto di Svevo, dell’escluso di Pirandello. Credo che l’arte di Fabrizio sia perfetta poiché, citando Aristotele, a essa non c’è “niente da aggiungere o da togliere e niente di simile potrebbe essere migliore”.»

Nina mi porta tra le viuzze dell’infanzia di Faber, come lo chiamava l’amico del cuore Paolo Villaggio, per la sua passione per i pastelli della Faber-Castell. Nasce in una famiglia dell’alta borghesia in via De Nicolay e trascorre la fanciullezza nella campagna astigiana a Revignano d’Asti dove la sua famiglia si era rifugiata durante la seconda guerra mondiale. Si scappava dall’orrore: il padre aveva evitato la deportazione dei suoi alunni ebrei e i fascisti lo ricercavano; quel periodo, trasfigurato anche dall’eroico gesto, tornerà a far compagnia al poeta nei suoi componimenti. Come nella dolce immagine di Nina, sul filo di un’altalena. Fabrizio dipingeva le emozioni che custodiva dentro con i pennelli, come tralci di animo da strappare lentamente e regalare al vento.

Quella cromia, guidata dai sentimenti di libertà, si aggira per le mulattiere della sua città e i ciottoli di Via del campo, prosecuzione di via Pré, proibita di giorno e affollata di notte. I suoi temi più ricorrenti sono l’emarginazione, la violenza, la paura, la pietà.

A sei esami dalla laurea in Giurisprudenza interrompe gli studi e segue il suo cuore, la poesia e le note. Da qui parte una lunga carriera, tempestata da gemme, trattenute da un filo sottile di oro acceso. L’appuntamento con l’Unico del filosofo tedesco Max Stirner sarà illuminante per la sua ideologia: da lì Faber si autodefinirà anarchico-individualista. Se le idee erano ben strutturate, fu lo studio instancabile di autori come Georges Brassens, Bob Dylan e altri a dar vita all’incanto. Nella piena apoteosi della poesia in note Fabrizio ascolta, riprende e traduce uno dei più grandi poeti del panorama novecentesco, Leonard Cohen, animo straordinario che ci ha lasciato da poco, cui il non giunto Premio Nobel per la letteratura ha lasciato non poco rammarico tra quanti lo adorano; una canzone per tutte, Nancy. In molti brani De André esprime la sua visione religiosa; La buona novella del 1970 è l’album interamente dedicato all’umanizzazione dei personaggi del Vangelo e degli scritti apocrifi; Il sogno di Maria rimane, a mio modesto parere, un diamante di dolcezza infinita, cantiere vivo di meraviglie e idee fervide.

«Quando scrissi “La buona novella” era il 1969. Si era quindi in piena lotta studentesca e le persone meno attente – che sono poi sempre la maggioranza di noi – compagni, amici, coetanei, considerarono quel disco come anacronistico. Mi dicevano: “Ma come? Noi andiamo a lottare nelle università e fuori dalle università contro abusi e soprusi e tu invece ci vieni a raccontare la storia – che peraltro già conosciamo – della predicazione di Gesù Cristo.” Non avevano capito che in effetti La Buona Novella voleva essere un’allegoria che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ‘68 e istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che un signore 1969 anni prima aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi dell’autorità, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universali. Si chiamava Gesù di Nazaret e secondo me è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.»

In alcuni suoi testi, De André critica le gerarchie ecclesiastiche e l’ipocrisia della provincia ligure in canzoni come Bocca di rosa, Un blasfemo, Il testamento di Tito. Non al denaro, non all’amore né al cielo, personale traduzione di poesie dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters, vede la luce nel 1971; in questa occasione e in altre collabora con la straordinaria Fernanda Pivano, traduttrice e scrittrice, grazie alla quale la letteratura americana giunse in Italia. Storia di un impiegato arriva nel 1975; La canzone del padre, per esempio, è un sogno disorganizzato e volubile a singhiozzi, contenente fotogrammi muti di una dichiarazione addolorata.

«La “Storia di un impiegato” l’abbiamo scritta, io, Bentivoglio, Piovani, in un anno e mezzo tormentatissimo e quando è uscita volevo bruciare il disco. Era la prima volta che mi dichiaravo politicamente e so di aver usato un linguaggio troppo oscuro, difficile, so di non essere riuscito a spiegarmi.»

Tante le collaborazioni con grandi autori italiani; a quattro mani con Francesco De Gregori nascono Storia di ieri e Una canzone per l’estate. Una scrittura a due lunga e duratura si innesca dall’incontro con Ivano Fossati con il quale, tra l’altro, produce l’incantato disco “Anime salve”, solitarie.

In conclusione, chi si sognerebbe oggi di dire che Dante è morto, chi direbbe lo stesso di Alessandro Magno? Parimenti, Fabrizio è ormai nell’iperuranio dei grandiosi personaggi, là dove l’immortalità è l’unica condizione possibile; le sue poesie continueranno a essere contate, lette, studiate. Per sempre.

 

Clara Artale

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