VOGLIA DI VITA “ROCK’N’ROLL”! FIRMATO BRIGA

 

Per un inizio da piacione, avrei voluto chiedergli del famoso pianista, dove fosse andato a finire quella sera, quando non diede in tempo l’attacco alla canzone che presentava in coppia con Patty Pravo. Momento di televisione, lì all’Ariston, che rimarrà per sempre nelle teche della storia e che Briga potrà raccontare come della sua prima volta a Sanremo.

È bastata una manciata di parole per comprendere invece che sarei potuto arrivare dritto al punto. Due autoproduzioni, cinque dischi, un Premio Lunezia e due libri all’attivo, Mattia Bellegrandi, in arte Briga, si muove tra il pop e il rap.

Verace, vorace, morde la vita con una reputazione da combattente e modi da gentleman. Pubblica “Il rumore dei sogni” (Honiro Label & Sony Music Italy), quei desideri che, nel privato, fanno il rumore di famiglia, di solidità affettiva; mi racconta senza imbarazzo di alcune bravate in età giovanile, si sbilancia sulle donne, argomenta della crisi di valori che stiamo vivendo. Io lo incalzo, lui risponde a tono. Ritmo, ritmo, ritmo a suon di vita; voglia di vita “rock’n’roll”! Firmato Briga.

Pubblichi una collection, in cui i tuoi sogni fanno il rumore di famiglia, di solidità affettiva. Ma quelli sono sogni. Nella realtà invece cosa accade?

«Evidentemente, quando sogni una cosa e la desideri, è perché non ce l’hai. Se no, non sarebbero sogni. In questi anni, sono già riuscito a realizzare gran parte dei miei desideri professionali, mettendo da parte la vita privata. Credo che ogni cosa abbia il suo tempo e forse arriveranno le soddisfazioni anche nella sfera più intima e personale.»

Collabori con Venditti, Emma, Grignani, Gigi D’Alessio, Tiziano Ferro. Forse anche per questo, il duetto con Patty Pravo non è così stravagante: lei un’eccentrica personalità artistica e tu nei panni di un perfetto gentleman. Un po’ come la vita, che ti sorprende quando meno te l’aspetti.

«Quella di Nicoletta è stata una chiamata che non era pronosticabile – immaginavo di poter collaborare con chiunque, ma non con Patty Pravo -, così, non appena ho ricevuto la sua telefonata, ho subito accettato. Si trattava di un brano profondo, elegante, sicuramente di spessore, sul quale si poteva lavorare. Mi ricordo di essere nuovamente tornato in studio a rielaborare la canzone, senza stravolgerla, ma volendo comunque giustificare la mia presenza al suo interno. Volevo evitare che potesse sembrare un’ospitata dentro un pezzo di Patty e credo che il risultato ci abbia dato ragione.»

Qual è stato l’episodio che, a ripensarci adesso, ti lascia ancora stupire?

«Quando, uscito da “Amici”, mi chiamò Gigi D’Alessio per cantare insieme nel brano “Guaglione”. Lui è un artista che, in qualche modo, rappresenta Napoli e io sono di Roma… Mi piacque moltissimo!»

A proposito della trasmissione di Maria De Filippi, hai ribadito che “non fumi” da quattro anni: hai smesso prima di entrare a far parte del talent. Qual è il vizio che, invece, non vorresti mai toglierti?

«Nella vita non ho mai abusato di sostanze stupefacenti e mi sono sempre tenuto alla larga dalle droghe pesanti, anzi sono cresciuto con l’attitudine a voler avere sempre tutto sotto controllo. Da giovane mi sono fatto qualche canna, ma ho smesso il giorno prima di entrare ad “Amici”. Lo ammetto poiché non temo i giudizi morali ed è la verità. Invece, di vizi che non vorrei smettere mai, ce ne sono diversi. Quelli che ho mi piacciono tutti.

… Il primo che mi viene in mente è che, quando bevo un bicchiere di vino, mi fumo una bella sigaretta. È una combo che mi manda in estasi.»

Non so perché ma credevo mi avresti risposto le donne.

«Le donne non sono un vizio. Se non lo cerco, non è che a un tratto il vino venga da me per propormi di farsi bere. Loro invece mi ronzano intorno come se avessi una calamita. La questione non riguarda solo l’aspetto fisico, bisogna saperci fare. E io sono bravo anche mentalmente, con la tattica.»

Non sarà forse quell’atteggiamento spavaldo? Mi spiego meglio: assurto alle cronache dello spettacolo per quel carattere presuntuoso e arrogante, dal vivo sei più affabile e galante di quanto tu non voglia sembrare. Il solito vecchio cliché del rapper che, per vendere la propria immagine, si deve costruire una reputazione da sbruffone?

«No, semplicemente, è venuto fuori questo mio lato competitivo e altezzoso, in risposta a tutte quelle sollecitazioni che tendevano a stravolgere la mia personalità. I giudizi dati senza cognizione di causa credo facciano innervosire un po’ tutti. Mi è successo ad “Amici”, ma non critico il talent, solo le esternazioni poco felici di alcuni che ne facevano parte e amavano mettersi in mostra; a Sanremo, invece, ho avuto la possibilità di mostrare anche un altro lato di me.»

“Briga”, dal tardo latino “combattere”, ma anche dall’inglese “break”. Insomma più un combattente o uno che rompe… gli schemi?

«Rompo gli schemi, senz’ombra di dubbio! La rottura crea uno spaccato, che non può lasciare indifferenti. Credo che la cosa peggiore che possa accadere a un artista sia quella di non provocare una reazione. Se un artista non è di rottura, allora meglio che faccia un altro mestiere.»

Senti il peso della musica leggera? In altre parole, senti la responsabilità dell’artista che veicola un messaggio?

«Non porto avanti alcun messaggio, non sono il portavoce di nessuno e di niente. Io scrivo per me. Non condivido questa presunta responsabilità dei cantanti con le proprie canzoni. Se io mi comporto in un certo modo – mi auguro corretto -, non è certo per dare l’esempio, ma perché ritengo sia giusto.»

Davanti un microfono, con la possibilità di rivolgersi a una platea molto vasta, bisogna comunque fare attenzione a ciò che si dice. Penso a quelle persone, quei ragazzi più fragili, più esposti ai fenomeni di emulazione.

«Beh, Vasco Rossi ha cantato anche “bevi la Coca Cola”, ma non per questo ritengo sia giusto doverlo additare se poi qualcuno è andato a comprarla… Credo che, affrontato così l’argomento, dia adito a facili considerazioni, semplicistiche. La questione è molto più complessa: andrebbero analizzati l’aspetto sociale e le dinamiche familiari, perché di base c’è un disagio, un deficit affettivo, che non possono provenire né risolversi col testo di una canzone. Il cantante può indurre uno stile, ma i ragazzi non fanno uso di sostanze perché Mick Jagger lo fa. Il punto è che viviamo in un Paese alla continua ricerca di un capro espiatorio, bisogna per forza trovare un colpevole e addossargli la colpa.»

Allargando il ragionamento, tra le righe si può leggere che, da magnifico Stivale, il nostro Belpaese stia sempre più diventando una vecchia ciabatta. Mattia, che cosa ci siamo fatti?

«Questo risultato era ampiamente pronosticabile. È un declino socio-culturale a cui stiamo assistendo già da alcuni anni. Siamo in discesa libera e risalire sarà molto difficile, in tutti i campi. Ricordo che due estati fa, scherzando con alcuni amici, dissi: “Ragazzi, se l’Italia non va al mondiale, siamo proprio allo sfascio!”. Spesso col calcio abbiamo salvato la faccia, perché è uno sport in cui siamo sempre andati bene, acquistando credibilità e facendoci rispettare da tutti. Non è che l’Italia sia il calcio, ma, quando accade di dover mettere in discussione anche l’aspetto calcistico, perché poi non ci qualifichiamo ai mondiali, allora si accende un campanello d’allarme enorme. E tutto il resto non può andare bene: si tratti del campo della politica, di quello dell’arte, della musica.»

Un’ultima provocazione: hai dichiarato che “ti sai annoiare bene da solo”. Concerti, trasferte, bagni di folla, ragazze… non bastano a colmare quel senso di solitudine?

«Non ho mai vissuto la solitudine come un ostacolo da combattere ma come un valore aggiunto. Ero ancora un ragazzino, quando mi sono ritrovato a vivere delle esperienze per le quali ho imparato a starmene per conto mio e ritagliarmi i miei spazi; a sedici anni ho vissuto da solo in Danimarca, a venti in Spagna. E quelle esperienze mi hanno formato. Tutte le cose che hai elencato appagano solo temporaneamente la mia voglia di vivere “rock’n’roll” – non saprei come definirla diversamente -, una fame di vita che non ho mai cercato in altro, se non in questo. Certo, comprendo bene che i bagni di folla e i concerti non sono per tutti ma, quando non ero ancora un cantante apprezzato come magari lo sono adesso, anzi quando non lo ero affatto, ai concerti ci andavo con i miei amici; ci divertivamo passando il weekend fuori e facevamo le sette del mattino.»

 

Gino Morabito

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