TOTO CUTUGNO. VITA, OPERE E MIRACOLI DI UN ITALIANO VERO

Il miracolo risale a dieci anni fa, quando gli viene diagnosticato un tumore maligno alla prostata. Al Bano prenota la visita al “San Raffaele” e il Prof. Rigatti gli salva la vita.

La vita di un uomo appassionato, battagliero, polemico quel tanto che basta a mandare al diavolo i funzionari Rai per non venire meno alla promessa fatta al suo pubblico. Salvatore Cutugno, per tutti Toto, 75 anni, con la speranza di ogni padre di vedere il proprio figlio realizzato e quel profumo di Sicilia nel cuore. Un italiano vero, il nostro Toto nazionale, che nei Paesi Baltici viene acclamato come “The Italian legend”.

L’ultimo vincitore made in Italy all’Eurovision Song Contest, con oltre 100 milioni di copie vendute nel mondo, si stima sia tra gli artisti musicali italiani di maggior successo: “Africa”, “Soli”, “Derrier l’amour” scritta per Johnny Hallyday, “Unchantan” firmata per Michel Sardou e “L’italiano”, eseguita per la prima volta a Sanremo, venerdì 4 febbraio 1983, nella seconda serata del Festival.

Con un retaggio da conduttore televisivo navigato è Monsieur Cutugno che comincia ad intervistarmi: «Ciao Gino, di dove sei?»

«Di Catania!» tradendo un accento della Milano del Sud.

«Che ricordi meravigliosi della Sicilia… mio padre era di Barcellona Pozzo di Gotto (in provincia di Messina, N.d.R.).»

«So che abbiamo poco tempo» con un tiro piazzato sul ricordo di Toto.

«Tranquillo, il tempo ce lo prendiamo noi! Tutto quello che serve.»

Fischio d’inizio, comincia il derby!

Toto, la passione emerge subito in chi ti osserva. Qual è l’aspetto che ami maggiormente di quel mestiere che fai da tutta una vita?

«Il mettermi là con la chitarra o al pianoforte e scrivere un pezzettino di una cosa. Mi piace, vado avanti, poi magari ci ripenso e lo lascio lì. Il giorno dopo ci ritorno ancora e, da quel pezzettino, compongo la musica, aggiungo il testo e nasce una canzone. Trovo un arrangiamento, registro il brano nel mio studio di Milano e lo faccio ascoltare alle persone a me più vicine per sentire il loro parere. È tutto un momento di goduria, un godimento pazzesco che mi rende felice.»

Chi sono le prime persone a cui fai ascoltare i vagiti della nuova nata?

«I due musicisti che lavorano con me da sempre, Carlo Giardina e Luca Di Nunno; Franco Verdaro, il mio alter ego, la mia anima che sa tutto di me, ormai da 35 anni; il mio manager, Danilo Mancuso; Guido Agliotta e Giovanna Santuccio, persone insostituibili nella mia vita.»

Nell’esistenza di ognuno si arriva a un punto in cui cambiano le priorità, talvolta si stravolgono, per vivere il presente. Il tuo ora di cosa è fatto?

«Il mio presente è fatto di questo nuovo rapporto col Padreterno, che mi ha miracolato 10 anni fa. E sono ancora qui, a parlare con te. La gioia più grande è la vita! Vivere profondamente tutta la gamma di emozioni, ma anche le delusioni, che la vita ti offre.»

I legami che restano sono quelli autentici, quelli che prescindono dal chi, dal cosa, dal perché e si mantengono inalterati nel tempo. Tu sei molto amico di Al Bano, persona che ti è stata vicino nel momento forse più delicato della tua vita.

«Al Bano è una delle persone più perbene che io abbia mai conosciuto nella vita; è l’amico che ha preso l’appuntamento al “San Raffaele” per farmi visitare dal Prof. Rigatti. Al Bano è Al Bano!»

Al Bano ha una personalità fumantina come quella di Toto. Ogni tanto fa capolino quest’aspetto del tuo carattere.

«Ogni tanto, non sempre, esce fuori la mia sicilianità. Sono originario del Sud e talvolta ha il sopravvento la nostra parte più focosa. Solo se mi fanno incazzare però, altrimenti sono la persona più affabile di questo mondo. Ho un carattere dolce, sono uno che sa ascoltare ma, quando capita di confrontarmi con l’ipocrita – perché c’è davvero tanta ipocrisia in giro, non riesco a sopportarlo, proprio non ce la faccio; è come se mi andasse qualcosa di traverso, allora sbotto e dico quello che penso.»

Capita un po’ a tutti di dire ciò che si pensa, senza filtri. Tu che rapporto hai con la censura, nella vita privata come in quella professionale?

«Le persone, che vogliono il mio bene, mi danno dei consigli ma non mi sono mai censurato. A “Ora o mai più” mi hanno fatto notare che ho detto troppe parolacce, beh magari quelle avrei potuto evitarle. Però mi vengono spontanee. Oggi “cazzo” è una parola che usano praticamente tutti, intendendola come l’esclamazione “cribbio” o “caspita”… una sorta di intercalare. Dire le parolacce mi disturba un po’, soprattutto che escano fuori senza controllo quando mi fanno arrabbiare. Quelle dovrei riuscire a censurarle.»

Con “Ora o mai più”, sei entrato nelle case degli italiani il sabato sera e la televisione ti fa bene, non c’è che dire. Certo qualche critica, un po’ di polemica, il gradimento che va a cozzare con la qualità… Se ti dovessero proporre di rifarlo?

«Ho fatto tanti anni di televisione, “Domenica in”, “Piacere Raiuno”, e avevo voglia di entrare nuovamente nelle case degli italiani, perché io amo il mio Paese e lo amo in una maniera che non hai idea. Il programma “Ora o mai più” mi ha dato l’opportunità di rientrare dalla porta principale ed è stata un’emozione grandissima. Mi sono anche divertito e magari, se il prossimo anno mi dovessero proporre di rifarlo, accetterei molto volentieri.»

Non è un paradosso essere considerato “L’italiano” per un’Italia che – a sentire Cutugno – storce un po’ il naso?

«Non mi ricordo su quale giornale sia venuta fuori questa dichiarazione che in Italia mi vogliono meno bene. E, se è passato questo messaggio, allora mi scuso. La verità è che, per affermare che la gente non mi vuole bene, dovrei prima fare dei concerti e verificare se i teatri che faccio sono pieni o no. Questo discorso rimandiamolo a dopo l’uscita del nuovo cd, tra qualche mese, quando il mio manager, Danilo Mancuso, calabrese, curerà il tour che prevede sei teatri in Italia: Sicilia, Napoli, Roma, Firenze, Torino, Milano. Fatte le sei date in Italia, mi piacerebbe rincontrarti, magari qui nel mio studio di Milano, per chiacchierare un po’ dell’affetto che gli italiani nutrono per me.»

Perché allora non rinsaldare con il pubblico italiano, che continua a volerti bene, quel legame mediante i concerti? Perché non farli prima?

 

«Non avevo un nuovo lavoro da proporre. Tra non molto pubblicheremo questo nuovo progetto discografico che contiene ben 19 canzoni. Ho voglia di dare al pubblico italiano tanta roba da ascoltare! A breve decideremo, insieme alla casa discografica e al mio manager, con quale singolo uscire. Dopodiché ritornerò in Italia a fare i concerti.»

Assecondando un po’ la moda del momento, nel nuovo cd sono presenti dei duetti?

«No, niente duetti! Sono canzoni che affrontano diverse tematiche: ce n’è una che non so ancora se farà parte del cd o uscirà solo come singolo, dedicata al mio cane. Amo profondamente gli animali; avevo una femmina di labrador di nome Kira, che è scomparsa l’anno scorso. D’estate al mare, mentre lei continuava ad abbaiare, ho preso il telefonino e ho registrato la sua voce. Quando se n’è andata, ho provato un dolore immenso e, riascoltando quella registrazione, ho deciso di scrivere una canzone intitolata “Bau bau”. Vorrei far precedere l’uscita del brano da una campagna sociale contro l’abbandono dei cani. È ancora un’idea in stato embrionale; sto cercando di coinvolgere il mio manager e la casa discografica, magari producendo un video di animazione.»

I cani come Kira sono compagni di vita che non tradiscono mai. Tu, invece, che rapporto hai con la fedeltà?

«Sono fedelissimo con le persone che mi stanno vicino, con gli amici; nutro un rispetto profondo e sono di una fedeltà cristallina.»

Viro sul percorso artistico, ricordandogli che ha scritto grandi hit come “Noi, ragazzi di oggi” per uno sconosciuto Luis Miguel, che all’epoca aveva 15 anni.
«Nell’ottantacinque mi trovavo in Spagna, a Madrid, a fare la televisione, e c’era questo ragazzino che veniva dal Messico, con la mamma italiana. Dopo un po’ di chiacchiere mi dice che la sua casa discografica era la Emi. Tornato in Italia, contatto quelli della Emi, proponendo loro di far venire quel ragazzino in Italia. Un po’ di resistenza iniziale dovuta alla poca notorietà di Luis nel nostro Paese, ma mi diedero carta bianca. Andai da Ravera, che all’epoca era l’organizzatore di Sanremo, e gli feci ascoltare la canzone che avevo scritto con Minellono, accompagnandola con il video di un’apparizione televisiva di Luis Miguel. “Okay, portiamolo al Festival!” si convinse Ravera. Luis cantò “Noi, ragazzi di oggi” nella serata del giovedì e il venerdì mattina decine e decine di ragazzine in delirio lo acclamavano come una star nella hall dell’albergo. Lì ho capito che avrebbe fatto successo. E così è stato.»

Quella canzone fotografava una realtà che ha più di trent’anni ormai. Come sono i ragazzi di oggi?

«Ci sarebbe tanto da discutere. In campo musicale, quello che fanno potrebbe andare bene, a patto che capiscano di accettare i consigli di chi ne sa più di loro, di qualche maestro, per scommettersi con quelle melodie mediterranee che ci appartengono, e questo purtroppo non succede più. Ci sono tanti ragazzi talentuosi, ma dovrebbero cimentarsi anche con la nostra melodia.»

Mahmood è sicuramente il giovane talento che rappresenterà l’Italia all’Eurovision Song Contest. L’ultimo artista che ha fatto vincere il nostro Paese sei stato proprio tu con “Insieme: 1992”, nel lontano 1990 a Zagabria.

«Come uomo – ahimè – sono l’unico, perché l’altra fu Gigliola Cinquetti nel ‘64. Ci vorrebbe un altro ragazzo italiano che vincesse! Mahmood ha tutte le carte in regola per potersi piazzare bene – ricordati quello che ti dico, Gino –, Mahmood è un ragazzo che farà molta strada!»

All’epoca quel brano aveva un gusto internazionale, precursore dell’Europa unita e pacifista. Che canzone ci vorrebbe per celebrare l’Europa nel nuovo millennio?

«La nostra Europa dovrebbe essere forte come l’America, come la Cina, e potrebbe diventarlo… Oggi ci vorrebbe una canzone con un arrangiamento molto moderno, una melodia bellissima e soprattutto con un testo che fa pensare.»

Toto, quando la fai?

«Quando sarai venuto a trovarmi nel mio studio, masticheremo insieme un po’ di musica, ti farò ascoltare le canzoni del nuovo lavoro e poi giudicherai tu stesso se toccano il cuore.»

Tra le canzoni che toccano il cuore c’è sicuramente “L’italiano”, con la quale sei stato consacrato l’artista italiano (la ripetizione è inevitabile) più suonato all’estero. L’idea nasce in Canada, nel teatro più grande di Toronto, per 3.500 spettatori “con le facce da italiano”. Le riconoscevi in mezzo a milioni di persone, quelle facce che vivevano di nostalgia. Una canzone che scatta delle istantanee di vita rimaste nel nostro immaginario.

«Oggi non c’è più quello con la radio nella mano destra. Una volta, quando uscivi dalla macchina per andare al lavoro, toglievi la radio e la portavi con te. La domenica non aspettavi altro che arrivasse la moviola per vedere quello che era successo in campo… L’autoradio, la moviola, il partigiano come presidente sono rimasti nel nostro immaginario.»

Fischio finale, i giocatori si allontanano dal campo salutando i tifosi. Il derby Catania-Messina si conclude con una vittoria del cuore.

«Un abbraccio grandissimo; salutami la Sicilia, che è nel cuore. Quando prendo l’autostrada per andare a Messina, vengo rapito da un profumo di oleandri inebriante; c’è sempre qualcosa che mi stupisce, che mi prende nel profondo.»

Dedico quest’intervista a Lina, mia madre, che, con Toto in tivù, inforcava gli occhiali e aumentava il volume per gustarselo meglio. Canticchiava “L’italiano” e mi sorrideva. Chissà se anche oggi, da lassù, avrà inforcato i suoi occhiali e mi sta sorridendo.

“Lasciatemi cantare

perché ne sono fiero

sono un italiano

un italiano vero”

 

Gino Morabito

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