SEBASTIANO SOMMA, QUANDO LA BELLEZZA DELL’ANIMA SI RIFLETTE SUL PALCO

«Brigida, buongiorno! Io sto andando a prendere un caffè, mi fai compagnia?» Capisco subito quale sarà il tono della nostra chiacchierata. Un confronto con un uomo che potrebbe sembrare un amico di vecchia data, ma è un artista a tuttotondo con trentacinque anni di successi alle spalle, dotato di un’umiltà e una simpatia a dir poco deliziose: Sebastiano Somma.

«Domandine facili, perché sono in vacanza e non voglio concentrarmi troppo!» Dappoi inizia a raccontarsi, trascinandoti in un turbinìo di emozioni altalenanti: è capace di farti ridere di gusto, scuoterti con vigore, commuoverti teneramente. Gli confido che avrei accettato molto volentieri l’invito. Si va.

Grande successo per “Lucio incontra Lucio”, con Sebastiano Somma regista e interprete. Riesci a polarizzare l’attenzione per un’ora e trenta minuti continuativi, venendo interrotto solo dall’intensità degli applausi a scena aperta. Questo denota, senz’ombra di dubbio, un’immensa passione per Lucio Dalla e Lucio Battisti. Come ti sei avvicinato all’idea di questo concerto/spettacolo di Liberato Santarpino?

«Da regista ho lavorato molto sulla formula.» precisa e poi aggiunge: «Provengo da anni di esperienza di cinema, teatro e televisione che mi hanno insegnato la capacità di bilanciare i tempi di parole e pause. “Lucio incontra Lucio” è uno spettacolo ma, allo stesso tempo, può essere definito anche un concerto e, di conseguenza, l’attenzione si posa sulle canzoni e sulla storia legata alla loro nascita. Immagini, colori, luci e musica si equilibrano per catturare l’attenzione del pubblico, divertendolo ma suscitando emozioni. Ho cercato di costruire un percorso che accattivasse gli spettatori e che li incuriosisse. L’autore (Santarpino, ndr) mi ha dato la possibilità di poter spaziare sulla vita di questi due cardini della musica italiana accomunati dalla stessa passione. Voglio aggiungere che il successo dello spettacolo è da attribuirsi a tutto il team: cantanti musicisti, scenografi. Dietro ogni lavoro ben riuscito c’è una squadra che funziona.»

Mi esorta a citare i nomi di tutti, poiché ci tiene particolarmente. Lo rassicuro, comunicandogli che ho già avuto modo di scrivere un articolo su “Lucio incontra Lucio” e che ho menzionato tutti, ma proprio tutti! Sorride e complimentandosi aggiunge: «Ah, sì, l’ho letto. Non pensavo lo avessi scritto tu.»

Mi pare di intuire che ti sia proprio anche un grande amore per la musica. A tal proposito, come ha influito quest’ultima sul tuo percorso umano e professionale? Quali le tappe fondamentali scandite nel corso degli anni? Qual è stata e qual è la colonna sonora della tua vita?

«Vedi, io amo sicuramente molto la musica ma non mi fossilizzo su un unico gruppo o autore. Sono un curioso e mi piace spaziare da un genere all’altro. Certo, la musica ha sempre fatto parte della mia vita ma, più che un’unica colonna sonora, potrei menzionarti diverse canzoni che mi hanno accompagnato, anche andando un po’ controcorrente rispetto ai miei coetanei. Mi viene in mente, per esempio, un aneddoto divertente. Ero bambino, non ricordo quanti anni avessi. Mi trovavo in campeggio ed ero circondato da ragazzi che ascoltavano rock duro. Io, con disinvoltura, mi avvicinai al juke-box con la mia monetina e feci partire una canzone di Mino Reitano… sapessi che facce sconcertate vedevo intorno a me! Mi guardavano tutti come se fossi un extraterrestre!» Ride di gusto e fa ridere inevitabilmente anche me. «Poi, dopo anni, ho avuto il piacere di conoscere il compianto Mino, che divenne un caro amico. Una persona eccezionale! Una sera, prima di un concerto a Castellammare di Stabia, si presentò a casa di mia madre e la portò con sé, invitandola a salire sul palco; prese il microfono e urlò: “Abbiamo il piacere di avere con noi la mamma di Sebastiano Somma!” una scena esilarante.»

Ma torniamo agli esordi: da giovanissimo hai avuto l’onore di recitare accanto a due “grandi” del teatro napoletano: Aldo Giuffré e Rosalia Maggio, cimentandoti in opere di Eduardo Scarpetta e Eduardo De Filippo… una sorta di battesimo del fuoco, oserei dire! Che ricordi hai di quel periodo? Cosa ti hanno trasmesso quei colossi del teatro?

«Di quel periodo bellissimo ricordo soprattutto la leggerezza e l’incoscienza con le quali affrontavo le scene. Sai, ero giovane, mi sentivo padrone del mondo. Ma ho fatto tesoro di quanto mi hanno trasmesso quelle leggende, cercando di rubacchiare di qua e di là dalla loro esperienza e di fare mio qualche loro tratto caratteristico, come si fa nel nostro mestiere. Di Aldo Giuffré ricordo che era un genio istintivo, un personaggio quasi surreale, leggero e pieno di entusiasmo. Andare in scena con lui era puro divertimento. Una volta salimmo sul palco e lui si era messo, per sbaglio, il mio cappello che gli calzava stretto, io il suo e faticammo a rimanere seri! Rosalia Maggio, al contrario, era ferrea e metodica. Ligia agli orari, si presentava in camerino anche tre o quattro ore prima. Una donna di un rigore unico che mi ha insegnato sicuramente il rispetto delle regole tipico del teatro eduardiano. Io, all’epoca le facevo anche da autista (a lei piacevano molto i bei ragazzotti!).

… Ricordo nitidamente quando, al “Teatro La Pergola” di Firenze, mi stava raccontando degli aneddoti legati alla sua ferrea disciplina, nel primo camerino, che è quello che si attribuisce all’attore principale. Molti anni dopo, per l’interpretazione de “Il giorno della civetta” mi diedero quello stesso camerino… riesci ad immaginare i brividi che avevo?» In quel momento i brividi vengono anche a me.

Dando uno sguardo attento alla tua ricca filmografia, non potremmo non definirti un artista poliedrico che si è dedicato con la stessa intensità a cinema, tetro e televisione. Qual è la preparazione, anche emotiva e psicologica, alla stregua di un cantante che si cimenta nell’interpretazione di più generi musicali, deve affrontare per poter “switchare” da un ruolo all’altro con tanta disinvoltura?

«A dire il vero,» confessa «la capacità di adattarmi ai diversi ruoli mi è appartenuta fin da ragazzino. Certo, si lavora tanto sulla parte e su sé stessi, ma ciò che io ricerco è proprio il doversi ricostruire continuamente. Ho interpretato diverse serie per la TV che mi hanno dato grande notorietà e che mi hanno fatto molto amare dal pubblico, ma a me piace spaziare. È un rischio ma non si può rimanere prigionieri di un personaggio. Quando cominci ad accettare ruoli per accontentare il pubblico e fare ciò che la gente si aspetta da te è la fine! Ho voluto, invece, che le persone mi conoscessero in diverse vesti, anche più ostiche. Potrei citarti “Uno sguardo dal ponte” di Arthur Miller (portato in scena per tre anni con grande successo di critica) dove interpreto uno scaricatore di porto emigrato negli Stati Uniti. Eddie Carbone ha un carattere duro, crudo, a tratti ambiguo ma, quando alla fine dello spettacolo muore, ho visto gente in sala piangere. O potrei parlarti del controverso omosessuale in “My Italy”. Chi sceglie di fare arte lo sa, deve reinventarsi. L’arte può condurti a momenti bui e di profonda introspezione ma ti dà anche la possibilità di esprimerti.» Oppure ti concede di poterti prodigare socialmente, continuo.

Mi ha particolarmente colpita il tuo impegno a favore dei bambini colpiti dal dramma della guerra nella ex Jugoslavia, dirigendo e interpretando, per la Fondazione Luchetta di Trieste, ben tre cortometraggi. Inoltre, in veste di autore insieme al musicista Martino De Cesare e all’autore Paolo Logli, scrivi il programma “Quando arriva un’emozione” per Rai 1, che tocca nuovamente il tema dell’infanzia ma, stavolta, raccontato in musica. Cosa spinge un artista, già così impegnato come te, a dedicarsi con tanta abnegazione a temi così delicati?

«Chi fa il mio lavoro è tenuto, in qualche modo, ad impegnarsi, senza scopo di lucro, in favore di temi come questi. Ho avuto l’onore di visitare la sede della Fondazione Luchetta (che prende il nome dal giornalista Rai ucciso dallo scoppio di una granata, durante la guerra in Bosnia, mentre indagava sul caso dei bambini nati dagli stupri etnici o figli di genitori dispersi). La Fondazione accoglie e cura tantissimi bambini provenienti dai diversi paesi in guerra. Ho abbracciato con piacere la causa dei disagi dell’infanzia anche in “Quando arriva un’emozione”, è vero. Qui, tra le altre cose, ho curato come regista un corto per la canzone di Francesco Baccini: “Chissà chi sarò”, dove immagino un bimbo di due anni che incontra suo padre per la prima volta e l’unica domanda che riesce a porgli è: “Mi compri un gelato?”.»

Sebastiano ha ora la voce che lascia trapelare dolcezza e tenerezza e il mio istinto materno prende il sopravvento, facendomi commuovere. Continua: «Ancora storie di bambini sono rappresentate nel film che presenterò, tra qualche giorno, ad Ostuni: “Mare di grano”, anche qui collaboro con Martino De Cesare. Interpreto Rimando, un poeta-pirata underground che gira nelle campagne toscane in side-car e si imbatte in tre bambini alla ricerca dei genitori di Adam (uno dei tre) e, su loro richiesta, si impegna ad accompagnarli fino al mare.»

Sembra piacevolmente entusiasta. Continuo sul filone “social”. Compari tra gli interpreti, insieme a Remo Girone, del docu-film del 2015 “Il bacio azzurro” di Pino Tordiglione (prematuramente scomparso un anno fa) interamente girato nella “nostra” Campania (tra Sannio e Irpinia) che tratta dello scottante tema dell’acqua. Organizzazioni internazionali come ONU e UNESCO hanno definito il film come “progetto di alto valore educativo” e i Ministeri italiani per l’Ambiente e per l’Istruzione lo hanno inserito nei programmi di educazione ambientale delle scuole. Vorresti fornirci le tue considerazioni sul fondamentale elemento acqua e lanciare un messaggio ai nostri lettori?

«In questo progetto ho creduto e credo, tuttora, fortemente» sottolinea.

«La mia più grande soddisfazione l’ho ricevuta dai ragazzi che ho incontrato, dopo la proiezione del film, nelle scuole e nelle sale. La loro prima reazione è di stupore su quanto potrebbero fare, nel loro piccolo, per salvaguardare questo bene prezioso. Alcuni promettono che, una volta tornati a casa, ammoniranno i genitori che lasciano aperto il rubinetto mentre lavano i denti! Credo che il messaggio sia universale, rivolto ad adulti e bambini. Talvolta non si riesce nemmeno ad immaginare quanto sacrificio ci sia dietro la costruzione dei grandi acquedotti: si contano, purtroppo, anche persone che hanno perso la vita. Nel rispetto di queste vite e di coloro che, nei paesi più poveri, hanno difficoltà ad avere acqua a sufficienza, si dovrebbe fare più attenzione. L’acqua è fondamentale quanto l’aria e, in un ambiente già tanto martoriato come quello in cui viviamo, ciò che può fare il singolo, può apportare grande beneficio a tutti.»

Non si può non concordare. Poi decido di virare sul personale: sei sposato dal 2004 e hai una figlia di 13 anni. Che tipo di papà è Sebastiano Somma? Quali valori vorresti riuscire a trasmettere a tua figlia?

«Credo di potermi definire un papà liberale ma, allo stesso tempo, apprensivo. Cerco di lasciar crescere liberamente mia figlia ma, provenendo dalla “Terronia”, quella punta di gelosia c’è sempre… e tu mi capisci!» Ride di gusto perché sa che lo capisco. Poi aggiunge: «Sono un padre molto presente, per quanto possano consentirmi i miei impegni professionali. Ovvio, il grosso del lavoro lo fa mia moglie, ma cerco di parlarle molto, di ascoltarla e di educarla al rispetto per sé stessa; per tutte le forme di vita, anche le più piccole e per i più deboli. La invito spesso ad amarsi, perché, quando ami te stesso, sei pronto ad amare gli altri e a farti amare.»

Percepisco che l’argomento lo tocca in modo particolare e gli confesso un segreto: non posso più tacere! Gli rivelo, non senza imbarazzo, di quando, da bambina, incantata sottraevo a mia zia i fotoromanzi che acquistava, perché invaghita di un biondissimo principe dai tratti nordici che veniva ritratto in quelle pagine.

Ebbene, il principe in questione era – neanche a dirlo – un giovanissimo Sebastiano Somma.

Qui scoppia in una risata fragorosa: «Non sai che scotto ho pagato per quei fotoromanzi! Quante porte sbattute in faccia! Questo è, ahimè, un mondo che ti dà tanto ma, fondamentalmente, ipocrita: spesso non si va oltre e ci si basa sulla superficialità delle cose. Devi lavorare quotidianamente per farti valere E altroché se si è fatto valere! Quindi, concludo:

Prima di salutarci, ancora una curiosità tutta al femminile: cosa credi che affascini più noi donne della tua personalità e della tua persona?

«Sai che a questa domanda non saprei proprio rispondere?» Ci pensa un attimo e poi aggiunge: «Forse per qualcuna potrei rappresentare una sorta di riferimento o, magari, ho dei canoni estetici che risultano interessanti… sono in difficoltà, credimi! Magari potresti dirmelo tu, così mi aiuti a capire…» Accolgo con piacere la proposta.

A mio avviso, Sebastiano Somma è un uomo che emana bellezza, una bellezza che ha poco a che vedere con l’esteriorità che – certo – è innegabile. La sua bellezza è il riflesso di un animo puro, proprio di chi è proteso verso gli altri con semplicità e generosità. Sebastiano infonde sicurezza e affidabilità, trasmette garbo ed eleganza. Attrae.

«Ti ringrazio, Brigida, ma forse sei un po’ troppo complimentosa con me!» Si schernisce, e propone: «Ti andrebbe se la prossima volta ti intervistassi io?» Ride ed io con lui. Non potrei chiedere di meglio!

 

Brigida Buonfiglio

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