ROBERTO VECCHIONI CANTA L’AMARE INFINITO DEL VIVERE

A confrontarsi con il Prof. della canzone italiana d’autore c’è sempre una lezione di vita da apprendere, una piccola perla di saggezza saltar fuori dalla tasca di una di quelle sue giacche vissute.

Che il messaggio sia veicolato dallo strumento libro o da quello canzone poco importa, Roberto Vecchioni continua a cantare l’amare infinito del vivere.

“Infinito” come nella narrazione di un concept album (prodotto da Danilo Mancuso per DME) che tiene insieme ritratti diversi, da Alex Zanardi a Giulio Regeni, dalla guerrigliera curda Ayse a Leopardi, accomunati dall’amore per la vita. L’esortazione è lapidaria:

“Siate artefici del vostro destino. L’infinito sta tutto al di qua della siepe, dentro noi stessi”.

Perché, in fondo, “la felicità è anche questo: vivere per anni per cose che non avvengono, ma credere sempre che possano avvenire”.

Ho avuto il piacere e la fortuna di confrontarmi nuovamente con il prof che ogni alunno dovrebbe incontrare, almeno una volta, lungo il proprio percorso in preparazione all’esistenza: quella lunga, lunghissima pista di decollo su cui imparare a volare. Con il suo sentire, con le sue canzoni, la passione ardente e quella credibilità che resiste intatta negli anni, Roberto Vecchioni è una di quelle personalità dalla grandezza, sì finita ma irraggiungibile. E, nell’abbraccio della sua vita, ho la piccola presunzione di credere che abbracci pure me. Ditemi voi se non è anche questa la felicità.

Caro il mio prof, nella narrazione di “Infinito” si evince che bisogna amare incondizionatamente ciò che si vive: gli atti, i gesti, le scelte, gli entusiasmi, i tonfi.

«Sì, io penso che sia così. La mia è l’impressione di uno che ha tutto l’arco della vita negli occhi e nella mente; l’ho vista tutta la vita, ho 75 anni. È il risultato finale di tante ricerche e di tanti dubbi che si risolvono poi in questa piccola verità. Probabilmente a vent’anni non avrei avuto quest’idea e nemmeno a trenta. È una questione di saggezza del tempo ma non solo, anche del cuore: in realtà, non è un fatto che dipende dalla ragione; se tu ragioni, pensi che la vita non è che vada amata sempre. È il sentimento, è l’emozione che ti fa pensare che, anche certe cose della vita che sembrano orribili, in realtà, hanno una loro collocazione nella storia. Bisogna comunque abbracciarla la vita.»

Oltre l’immancabile toscano, quali sono i dettagli che più ami nella tua vita?

«Beh, sono parecchi… nella mia vita ce ne sono tantissimi, ci sono tanti tic. C’è la passeggiata serale, da fare sempre, perché devo vedere com’è Milano prima di andare a dormire. A piedi, naturalmente, visitare quelle zone che conosco di meno insieme a quelle che conosco di più; osservare com’è cambiata, se ci sono le stesse persone oppure no. Poi, dal punto di vista personale, ti direi l’abbigliamento: ho la mania di non usare quasi mai le camicie, non mi interessano proprio; ho bisogno di magliette e golf oppure giacche smesse, piuttosto andanti. E anche questo è tipico. Il caffè in un certo posto, dove fanno quello napoletano; quasi tutti i giorni vado là e mi incontro con persone che conosco ormai da tanto tempo, dei napoletani, perché io sono napoletano e mi fa piacere ogni tanto sentirlo parlare. Un’altra mania è quella di giocare a bridge, sia con la gente sia col computer. Ho una predilezione notevole per questo gioco, mi piace misurarmi continuamente. Poi le altre mie passioni si conoscono.»

Al di qua della siepe l’infinito. E al di là, Roberto, cosa si riesce a intravedere?

«Ci sono cose belle anche al di là. Volevo semplicemente dire che è inutile andare a cercare le ragioni della verità e della bellezza fuori di noi, molto lontano; dobbiamo cercarle dentro. La siepe è il confine tra il fuori e il dentro, e dentro abbiamo tutto l’universo. È quello che dobbiamo scoprire prima di tutto, perché l’universo di fuori è riflesso dentro di noi.»

Nel brano “Ti insegnerò a volare”, dove ritorna eccezionalmente Francesco Guccini, altro padre della canzone d’autore, l’esortazione è lapidaria: “Siate artefici del vostro destino”.

«Direi che più semplice di così non può essere; è buttata là; è chiara e lo è per i ragazzi: mai abbassare le braccia, mai urlare improperi al vento, perché la colpa è quasi sempre nostra. Si può benissimo perdere nella vita, ma questo non deve dare sconforto. D’altronde il tema è sempre quello, il viaggio, il famoso tema di tutti i più grandi scrittori. Non l’arrivo! È come ti muovi nella vita e se ti muovi. L’importante è non stare fermi; è la dinamica che conta nell’esistenza, non la staticità.»

Negli anni è cambiata la lezione che stai cercando di trasmettere ai “tuoi” ragazzi?

«Di fondo no, perché i punti fondamentali sono sempre il sogno e la speranza; però direi che, nell’economia delle canzoni, delle storie, prima tutte queste cose le dicevo in maniera più aerea, forse anche più difficile; magari, avendo la forma mentis del liceo classico, esageravo in costruzioni mitiche e in personaggi che non tutti conoscevano. Da Sanremo in poi, ho imparato ad essere più comprensibile, a portare esempi più conosciuti. I simboli vanno bene, ma non devi farne una scorpacciata, ne bastano alcuni. I simboli, forse, vanno meglio in poesia; la poesia vive e si nutre di simboli. Per noi che scriviamo poesia in musica, o almeno tentiamo, lo stile è diverso, la forma è diversa: dobbiamo arrivare direttamente…»

… A proposito di arrivare… Per Roberto Vecchioni, già professore di greco, latino, italiano e storia; docente di Forme di poesia in musica presso l’Università di Pavia e membro della Giuria dei Letterati del Premio Campiello, dove stanno andando i testi delle canzoni oggi?

«Credo che – a stare bene attenti – ci siano un paio di inclinazioni diverse:

il tema di fondo è lo scontento, ed è quello che io combatto in questo disco. Lo scontento significa: tutto va male, il mondo è uno schifo, io mi faccio. Non mi pare un gran messaggio, a dire la verità! Oppure: tutto va male, il mondo è uno schifo, gli altri vincono e io perdo, perché è colpa degli altri. È un tema di fondo lamentoso e non mi appartiene. Altro tema è quello dell’amore, ma non è trattato con la dolcezza, la tenerezza, la familiarità di una volta; l’amore è sempre molto faticosamente affrontato: pare quasi che i ragazzi e le ragazze non si capiscano. E, per quanto a noi dessero tante colpe, di essere un po’ personalistici quando parlavamo d’amore, direi che oggi è peggio: generalmente, si parla del proprio amore e la figura della donna si affronta raramente. E anche viceversa: cioè quello che conta è il nostro personaggio, la nostra personalità, il nostro io.

… Poi cambia formalmente: c’è una diminuzione di cultura notevole. La terminologia, la sintassi, tranne in alcuni casi – se mi parli di Caparezza, ad esempio, lì siamo proprio ad un altro livello, eccezionale… beh, la maggior parte dei più giovani usa un linguaggio che potremmo definire telematico, da telefonino. Certo, anche qui bisogna fare delle differenze: ci sono dei rappisti molto bravi, intelligenti e dei rappisti che… come viene viene. Oltretutto c’è una ridondanza di espressione: si dicono un sacco di cose, molte delle quali inutili, tanto per far brillare la propria capacità di districarsi nella lingua italiana: si trovano termini inusitati, sconosciuti, che non servono a molto, devo dire.

La canzone dev’essere asciugata il più possibile. Questa è una lezione che ho imparato nel tempo. In generale, la canzone d’autore è ancora quella dei “grandi vecchi”. Io riascolto le parole di quelli morti, Battisti e De André, e le canzoni di quelli che non sono più in attività come Fossati e Guccini, che sono maestri grandissimi, forse anche giustamente non più imitati; lo sono stati per tanto tempo e adesso non più, perché c’è un cambiamento di economia, di pensiero, di vita… che naturalmente si riflette in tutte le forme d’arte. E anche la canzone detta “d’autore” ha subito questa trasmutazione, quasi genetica. Non so se sia giusto e bello. Anzi… credo sia giusto, perché va in pari con la società e col suo modo di comunicare; quanto al bello non posso farci niente, perché per me il bello è classicità, cultura, padronanza del termine e chiarezza nel messaggio.»

Sei l’unico artista ad aver vinto il Premio Tenco, il Festivalbar, il Festival di Sanremo e il Premio Mia Martini della critica. Qual è, invece, il riconoscimento che – più di ogni altro – vorresti ti venisse tributato come uomo?

«Devi farmi pensare… Ne ho molti di riconoscimenti in alcuni concerti, che mi commuovo, tanto grande è l’affetto della gente, del pubblico, di quelli che sono davanti, soprattutto per la loro commozione. Io non ho il pubblico di duecentomila persone; ho il pubblico dei teatri, due-tremila persone per volta, oppure delle grandi piazze. È molto bello e mi arriva tantissimo. Come uomo vorrei che si dicesse che sono coerente; che fossi un esempio di coerenza, non di stupidità, perché la coerenza confina con la stupidità. Stupidità è quando vuoi essere coerente a tutti i costi e anche quando è inutile. La coerenza è un po’ come in questo disco, nel senso che non ho voluto che si vendessero i pezzi singoli in streaming; l’album si va a prendere nei negozi. Questo è il mio concetto di disco: “Infinito” è un concept album e va ascoltato tutto. Coerenza è quando fai delle scelte che sono consone al fondo del modo che hai avuto di pensare sempre. Perché – vedi – si può cambiare anche un po’ idea politica durante il tempo, però il tuo io, il tuo “daimon”, quello che hai dentro, quello che ti detta: “Questo è corretto, si fa; questo non si fa”… beh, quello non si può cambiare mai.»

Ti capita spesso di cambiare idea?

«Ho dei cambiamenti di idea repentini, anche dalla mattina alla sera. Su tante cose. Le idee si devono cambiare, anche i modi di porsi, di valutare le persone; perché, da alcuni fatti, certe persone cambiano nella tua immaginazione: possono sembrare antipatiche e non lo sono; possono essere ostili e invece diventano amiche. Basta un tratto, una cosa qualunque, quando scopri nelle persone qualcosa che ti accomuna e che non avevi visto prima, allora cambi idea. Invece, ci sono dei temi su cui non transigo…»

Quali Roberto? Quali sono i temi portanti della tua vita?

«Non ci sono nemmeno dei termini precisi per raccontarli… Innanzitutto l’affettività, che significa disponibilità ad accettare tutto ciò che è vivente: capire che anche gli errori, gli sbagli, le colpe degli altri… hanno una ragione di esistere. Non mandare subito affanculo, perché effettivamente uno difende sé stesso quando sbaglia. È una forma di accoglienza, non fisica, quanto mentale: accoglienza dell’altro e anche delle difficoltà dell’altro a vivere. Perché la vita è questo grande, grandissimo contenitore molto misterioso e noi pensiamo tutti di averci il codice per sapere cos’è, e, quando ci arriva un nuovo codice, pensiamo che l’altro sia sbagliato. E invece non è vero. Poi c’è la passione…

Nella vita bisogna avere passione, non si può fare le cose tanto per farle. Ho sempre diviso il mondo in sacro e profano, dove il sacro non corrisponde alla religione. Assolutamente! Corrisponde alle cose per cui hai passione e per cui ti batti, per le quali vivi e che ti fanno stare bene, benissimo. Le devi vivere fino in fondo le cose, con passione; anche quando canti per la millesima volta una canzone durante un concerto, devi avere la stessa passione della prima, perché è un rivivere con intensità l’accaduto. Le cose profane sono un’altra faccenda. Puoi viverle con molta naturalezza, sempre con tanta dignità, ma sono profane: un appuntamento con qualcuno, vendere un disco… Non puoi avere passione per vendere un disco, la passione ce l’hai quando lo canti.»

“La felicità non è una questione di istanti, ma una presenza costante che corre parallela a noi, in un tempo in cui nulla si perde”, l’hai detto tu.

«Bisogna rivedere la definizione di felicità. Per me non è quella che si trova sul vocabolario. Lo star bene, l’armonia con gli altri, il piacere della vita, ridere, sorridere, divertirsi… sono una parte di felicità, non tutta. La felicità è un fatto molto più ampio, grandissimo; è abbracciare tutta la vita. È il tema che abbiamo accennato prima: non ci si può mai fermare, ci si deve continuamente muovere in quest’esistenza. Abbracciare la vita stessa con tutto il suo andirivieni va accettato sempre perché i dolori sono in tema, non potremmo viverne senza; dobbiamo comprenderli e ci dobbiamo soffrire. Io ci scrivo su; ho malinconie, ho anche qualche nostalgia. E so benissimo che la malinconia e la nostalgia hanno delle medicine che possono interrompere, possono raddolcire i dolori. Cantare e scrivere sono dei mezzi per raddolcire i momenti aspri, anche quelli più tristi della vita. Non è che la vita sia una lunga carrellata di risate e di salti di gioia, non la accetterei mai una vita così. È un grande disordine, invece, di fatti, che un momento sembrano inspiegabili e che ti fanno male e poi entrano nel disegno… Così fai caso, quando arrivi ai 75, al grande disegno che hai: non solo di anni materiali, ma proprio di pensieri. Allora fai una bella sintesi e riesci anche a cogliere quante stupidità hai commesso ma soprattutto quante cose, che ti sono sembrate tremende, tremende non erano. Erano servite a quello che sarebbe venuto dopo. E questo non si può capire a vent’anni. Lo si comprende nel tempo, con l’assiduità della cultura, l’assiduità del pensiero… le saggezze dei vecchi… Questo è il tema.»

Qual è la cosa, il gesto, il ricordo, l’odore… che più di altri hai paura di perdere?

«La paura di perdere la testa, tanto per cominciare, di non ricordare più le cose belle… e poi la paura di perdere la credibilità: quando tu perdi la credibilità, non sei più nessuno; sei un fantoccio, un pagliaccio. Se c’è una cosa che resiste, nella mia carriera, ancora adesso davanti al pubblico, è il non aver perso la credibilità. Lo sento dalla gente; sento che sanno che sto dicendo cose in cui credo veramente, e vivo anche per quelle cose.»

Mi piace concludere questo straordinario confronto, così ricco e stimolante, da sperare di poterlo ripetere – ancora e ancora – in futuro, con una massima del Prof. che tengo appesa nella mia esistenza:

«La felicità è anche questo: vivere per anni per cose che non avvengono, ma credere sempre che possano avvenire.»

Buona vita e buona musica… intorno!

 

Gino Morabito

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