RITRATTO DI ALLEVI

Il 9 aprile compirà cinquant’anni, dato anagrafico in netto contrasto con la fotografia giovanile che conosciamo dell’artista. Ma è soprattutto l’energia musicale del suo linguaggio moderno e immediatamente riconoscibile a non mostrare alcun segno del tempo.

A più di vent’anni dall’esordio è ancora e più di allora Giovanni Allevi.

La figura del marchigiano ha diviso la critica, innescando l’atteso stimolo per un dibattito sulle nuove tendenze, necessario in un’Italia che ci sembra ancora troppo fossilizzata su convinzioni e tradizioni musicali proprie, nell’idea insana che si possa campare di rendita in eterno.

Al di là del merito nell’avere avvicinato alla musica strumentale schiere di giovani, è innegabile che Allevi sia autore di un racconto preciso del progresso che viviamo, e che per questa ragione occupi oggi il suo definito posto nel circuito internazionale, in quella composizione che riflette il domani da modelli tradizionali e che ha visto crescere nell’indifferenza nostrana altri personaggi di lignaggio nei paesi francofoni, anglosassoni e orientali – Chilly Gonzales, al secolo Jason Charles Beck, e Aziza Mustafa Zadeh su tutti.

Prima del giro di boa, abbiamo raggiunto il prolifico artista per tentare di disegnarne un profilo da vicino, per saperne di più dello straordinario e duraturo successo.

Proviamo a ritrarti. Ad occhio e croce ne verrà fuori un sorriso tra i riccioli. Conta sorridere nella vita e, precisamente, nel mondo dell’arte?

«Credo che al mondo della musica classica, detta anche musica seria, manchi proprio il sorriso. Sono una persona incline alla depressione, ma dall’esperienza di direttore d’orchestra ho compreso che i musicisti riescono a dare il meglio di sé solo se messi in una condizione positiva. C’è anche da dire che la musica provoca in me una gioia profonda, un’ebbrezza ed un senso di liberazione.»

Sorridiamo?

«È impossibile non sorridere.»

Il tuo recente Concerto n. 1 per pianoforte e orchestra, magistralmente eseguito da Jeffrey Biegel, racconta in maniera inequivocabile la vitalità dell’autore. Quando è stata la prima volta che hai sentito che il pianoforte solo andava stretto per la tua invenzione? Ha mai pensato inoltre che, a un certo punto della carriera, la composizione potrebbe avere la meglio sull’esecutore?

«Ho da sempre un approccio compositivo alla musica, che scrivo per il pianoforte, per il violino, la chitarra, per tutta l’orchestra o per marimba, ad esempio. Nonostante nell’immaginario collettivo io sia “il pianista”, in realtà sono “compositore”, ma è molto più difficile da far capire. Già dall’album Evolution del 2008, ho affrontato le forme sinfoniche dilatate, scrivendo brani per sola orchestra, e da allora non ho più smesso di scrivere per altri strumenti, o per coro polifonico, come nel madrigale O generosa!, inno della Serie A. Devo ammettere che per via dei miei recenti problemi alla vista, suonare il pianoforte mi è sempre più difficile. Forse è anche per questo che negli ultimi anni sono molto preso dalla composizione sinfonica e dalla direzione d’orchestra.»

A proposito del sontuoso madrigale e di forme più articolate, leggiamo di una presa di distanza dalla corrente minimalista, che, se da un lato consideriamo estinta per quei nomi che l’hanno generata, dall’altro riconosciamo ancora ampiamente praticata. Che opinione ti sei fatto sulla musica strumentale di questo tempo?

«La musica strumentale di moda nel nostro tempo, sembra essere un surrogato del pop. È come se ci fosse una canzone… senza il cantante! Tutto questo piace, piace a molti, in tutto il mondo. È funzionale, non è impegnativa, una musica mordi e fuggi, che dice tutto e subito e che si presta a fare da sottofondo ad altro. Ma io non riesco proprio a riconoscermi in un linguaggio simile. Per questo desidero che la mia “musica classica contemporanea” torni ad esprimere quelle complessità, tridimensionalità, ed anche incomprensibilità, che ritrovo solo nei grandi compositori del passato.»

Di alcuni degli artisti che abbiamo incontrato, ricordiamo il loro legame con luoghi precisi. Per esempio, di Anzovino e Bollani conosciamo l’amore per Napoli e la tradizione artistica di quella città. Giovanni ha un luogo eletto?

«Sono completamente sedotto dal fascino di Tokyo. Alcune volte, la notte dopo un concerto lì, volutamente mi perdo per le sue vie, per essere vicino all’energia di un luogo che forse ho attraversato in una vita passata.»

Una vita disegnata, invece, per Loving you, delicata pagina dall’album Love, quando sei diventato il delizioso cartone animato ideato e diretto da Marco Pavone. Il sogno di ogni bambino che guarda i cartoni: starci dentro. Tu in quale cartone ti ritrovavi di più da piccolo?

«Sognavo di essere un eroe che difendeva i più deboli, come Actarus, il protagonista di Goldrake.»

I più deboli… Ci vengono in mente i bambini e allora il tuo Foglie di Beslan. Lì ci hai emozionato col racconto musicale dei tragici fatti della cittadina russa. Oltre le note, gli artisti, come ha recentemente dichiarato Baglioni a proposito del dramma dei migranti, “hanno avuto in sorte il regalo di poter essere trombettieri di qualche buona battaglia”?

«Sì, ma anche senza clamore. Ero uno sconosciuto compositore, eppure la notte precedente alla prima esecuzione di Foglie di Beslan, ricevetti una mail da alcuni parenti delle giovani vittime, i quali mi ringraziavano per aver voluto mantenere viva la memoria sul tragico fatto nella scuola. Sono stato scosso da un’emozione profonda.»

Il tuo strumento preferito? Intendiamo… Esiste uno strumento che ami più del pianoforte? Ma anche: quale pianoforte, quale suono preferisce il Maestro Allevi?

«Credo che non esista suono più bello del canto sussurrato di una mamma che improvvisa una ninnananna per il suo bimbo. Mentre i pianoforti della mia vita sono due: uno Yamaha gran coda con cui affronto le mie tournée, e il Bösendorfer Imperial con cui registro i miei album. Il primo è trattato per esprimere un suono molto dolce, che diventa aggressivo al mio volere. L’altro è il frutto dell’opera di un genio, Sergio Griffa, che purtroppo ci ha lasciati di recente. Egli, nel corso di vent’anni, ha completamente ricostruito la sua meccanica per avvicinare il suono dello strumento a quello della mia voce parlata, affinché io potessi riconoscermi mentre lo suonavo.»

L’Italia è un paese difficile, nel quale spesso una critica dimentica, o peggio, feroce, finisce per non tributare la giusta considerazione agli artisti nazionali o per farlo una volta morti. Cos’è, autolesionismo, sadismo, o al di là del confine c’è davvero di meglio? Raccontaci la tua esperienza.

«L’Italia è un paese meraviglioso. La critica feroce contro l’innovazione non è un fenomeno italiano, ma è una caratteristica dell’essere umano, a qualunque latitudine. A chiunque costa fatica uscire dalle proprie certezze per confrontarsi con il nuovo. Ma esistono momenti in cui la ricerca di strade alternative diventa necessaria, e le menti che la portano avanti contro tutto e tutti sono di veri eroi. Per quanto mi riguarda, la giusta considerazione, il riconoscimento, arriveranno quando i tempi saranno maturi; ciò che è davvero importante è che io getti il seme di una piccola grande rivoluzione.»

La tua è, per gran parte della produzione, musica assoluta. Non ti piace pensare di lavorare, per esempio, per il cinema, o è mancata l’occasione di progetti di spessore in questo senso?

«Molto dipende dalla mia timidezza, e dalla mia attitudine ad isolarmi. Poiché non ho dimestichezza per le pubbliche relazioni, forse preferisco inseguire le mie visioni nel silenzio della solitudine.»

E lì che cerchi?

«Nella musica cerco quello che non c’è ancora.»

Dal giorno in cui ci incontrammo la prima volta al Metropolitan di Catania – era il Joy tour del 2007 –, desideriamo domandarti quanto c’è di Beethoven nel tuo bellissimo brano Vento d’Europa. Intendiamo dire, è stato casuale per noi affiancare sin dal primo fulminante ascolto due sentimenti nel nome del nostro continente?

«Tutta la prima parte del brano è “controllata” e razionale; forse per questo è assimilabile, almeno nelle intenzioni, al linguaggio rigoroso di Beethoven. Ma nel finale la tensione si scioglie in un impeto romantico, che ho volutamente costruito su una scala di Rachmaninov, seducente e passionale. Provo una indescrivibile ebbrezza quando il passato torna nel presente sotto un’altra forma.»

La pianista romana Alessandra Celletti qualche anno fa ha raggiunto i posti più insoliti dello Stivale suonando su un camion. Il posto più strano dove ha suonato Giovanni Allevi?

«Posso raccontare del luogo più significativo: la corsia del reparto di oncologia dell’Ospedale di Carrara. Come concert hall, avevano allestito la sala di attesa per le chemioterapie. Suonare lì, al cospetto dei pazienti e del personale, è stato il dono più bello che la musica mi abbia mai fatto.»

Sensazioni?

«Ogni nota si trasformava in pura emozione; ovunque volgessi il mio sguardo, era gioia di vivere!»

Ci piace ogni volta chiudere in una proiezione. 111561Giovanniallevi è la stella che ti è stata dedicata e che ci dà l’idea del futuro. Forse non raggiungerai quella, ma dove andrai?

«Dopo più di un anno di tour, tra Italia, Cina e Giappone, sento il desiderio di rintanarmi, di recuperare le energie dal grande impegno psicofisico, magari facendo attività fisica, o anche riprendendo degli studi interrotti. Nel silenzio, guarderò in fondo alla mia anima, prenderò nota dei sogni e delle mie paure, per comprendere verso quali dimensioni dirigere la mia futura ricerca musicale.»

Noi ci saremo! A presto, Giovanni.

 

Giuseppe Sanalitro

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