«LO STATO SOCIALE. BAND, CANZONETTE E ALTRO»

C’eravamo già incontrati quattro anni prima, l’1 agosto del 2015, al Qubba di Catania. All’epoca, i “gran fenomeni” del panorama musicale italiano, celebravano ironicamente il celeberrimo ultimo tour.

Raccontavano storie legate alla loro fantomatica infanzia, vera o presunta, quando, tra un dubbio esistenziale e l’atro, vedevano improvvisamente materializzarsi la faccia di Paolo Crepet – confessavano divertiti – o di Barbara D’Urso, a seconda del momento. Cinque amici, prima ancora che musicisti, con tanta voglia di mettersi in gioco, senza riserve!

Oggi la cifra stilistica si conferma, così come l’ironia che contraddistingue i componenti della band. A fine intervista chiedo ad Alberto “Bebo” Guidetti: cosa c’è scritto sul vostro biglietto da visita? E lui d’istinto: «Lo Stato Sociale. Band, canzonette e altro.»

In un confronto che ci ha visto spaziare dalla pubblicazione della prima graphic novel “Andrea” ai pienoni di fan al Mediolanum Forum di Assago e al Carroponte di Sesto San Giovanni, passando per l’intuizione sanremese della “vecchia che balla” alle questioni di stretta attualità che da sempre stanno a cuore al gruppo originario di Bologna: completa parità dei diritti, un mondo del lavoro più sano e sereno, una terra senza veleni… Lo Stato Sociale vince e convince, dimostrando sensibilità per le tematiche affrontate, crescente maturità artistica e quella voglia di prendersi in giro, che non guasta.

Un gruppo che, tra il serio e il faceto, ci racconta l’Italia, anche quella peggiore; un Italia – la nostra – che resta comunque un grande Paese, in cui ci si può permettere perfino il lusso di fare i turisti della democrazia. Musica Intorno dedica quest’intervista “a chi parla bene per moda e pensa male per moda… a chi va sempre di corsa e non è ancora arrivato da nessuna parte… ai conformisti da cortile, ai professori di vita”… a tutti e a nessuno in particolare, affinché si affermi e non si dica che c’eravamo tanto sbagliati.

Bebo, cominciamo con una domanda che devia dal percorso strettamente musicale: lo Stato Sociale si cimenta nel lavoro creativo della scrittura. Un modo differente per ricercare la felicità?

«È sicuramente un modo per rimettersi in gioco e cercare di trovare delle nuove soluzioni [creative]. Semplificando all’osso, scrivere è una passione che mi rende felice. Non credo sia comunque una conditio sine qua non: nel senso che, per quello che mi riguarda, lavorare non è il viatico per la felicità; è sicuramente un modo per stare meglio e riuscire a fare le cose che ti piacciono e, in qualche modo, cercano di portare un po’ più su il valore della sfida.»

Quali sono, invece, sempre ammesso che ci siano, gli incubi e i fallimenti ricorrenti nella tua vita?

«Di solito, quando mi addormento, in quella particolare zona del dormiveglia, sogno spesso di inciampare… probabilmente dev’essere quello» ironizzando il nostro. «Non ho incubi o terrori particolarmente sviluppati che mi ossessionano. In qualche modo, mi impaurisce – come credo impaurisca un po’ tutti – il rimanere tremendamente solo; per quanto la solitudine sia una condizione necessaria, alle volte… Mi tranquillizza, pertanto, la sensazione di non sentirsi abbandonati.»

Il Bar123, raccontato nella vostra prima graphic novel, è la finestra sull’Italia di Andrea: un’Italia in cui il protagonista non si ritrova, in cui non riesce a ritagliarsi un ruolo; un’Italia i cui nuovi valori sociali lo spingono alla fuga. È davvero l’Italia peggiore che abbiamo?

«È di certo una fetta, non saprei quanto predominante, ma sicuramente presente. Io non sono per quelli che fanno di tutto una tragedia, o che tendono a mettere i problemi dentro il cassetto, nella speranza che le cose migliorino. Sono possibilista – non lo nego – ma credo che, a un certo punto, sia necessario parlare, mettere al primo posto alcune questioni più “tragiche”, un po’ più difficili, spinose…»

Quali sono i temi sociali che vi stanno più a cuore, quelli per cui continuare a combattere?

«Sempre gli stessi, purtroppo. Sarebbe bello avere una parità completa dei diritti, e che fossero dei diritti ben sviluppati e non delle briciole di diritto; sarebbe bello che le persone potessero affrontare il mondo del lavoro in modo sano e sereno, e quello che succede non diventi un incubo o un elemento di depressione; sarebbe bello non morire di cancro, perché hanno nascosto dei rifiuti tossici sotto il terreno dove poi pascolano i bovini per farci le mozzarelle… Tutta una serie di questioni che ci si porta dietro e che sarebbe bene, invece, mantenere davanti, tra gli obiettivi. Anche se può diventare faticoso. Ci si chiede: sarà mai possibile che in venti, trenta, quarant’anni… siano sempre le stesse questioni? Purtroppo sì! In questo Paese è così e, per fare le regole, occorre avere anche dei sani obiettivi da perseguire.»

Sul versante musica, invece, tra le tante, si registrano due vittorie significative: il 22 aprile 2017 per la prima volta al Mediolanum Forum di Assago e il 10 settembre dello stesso anno al Carroponte. Mai stati meglio?

«Sono due tasselli. Il Forum è una tappa importante e un risultato abbastanza imprevedibile nel mondo della musica indipendente; il Carroponte è un pezzo di cuore. La logica dell’“evento”, poi, è una logica che tende un po’ a costringere, ad appiattire, alle volte, il livello di confronto. Non credo sia una grande medaglia farne diecimila solo in una botta! Dall’altro lato c’è sempre uno spettro di valutazione che esula dai numeri secchi, con un ragionamento più ampio sulla sostenibilità del mercato, su ciò che vuol dire fare cultura e musica in questo Paese.»

Il nostro è un Paese che, quando vuole, riesce a mettere da parte i problemi, almeno dal punto di vista mediatico: per tradizione, accade quando gioca l’Italia e durante la settimana del Festival. A chi è venuta l’idea geniale della “vecchia che balla” sul palco di Sanremo?

«A nessuno di noi cinque, paradossalmente. Collaboriamo da tanto tempo con una persona che non è soltanto un discografico e un manager, ma è di fatto un amico fraterno, che si chiama Matteo Romagnoli di Garrincha Dischi… Stavamo pensando a come portare “Una vita in vacanza” sul palco dell’Ariston e lui se n’è uscito dicendo che la parte più divertente, da poter sfruttare, ce l’avevamo sotto gli occhi: una vecchia che balla. Ma come fare? Abbiamo banalmente cercato su YouTube “vecchia che balla”, trovando, tra i primissimi risultati, Paddy Jones & Nico. Inviamo un’email e dopo pochi giorni erano già a Bologna.»

Data la provenienza dei vostri ospiti, potremmo dire love at first sight. A proposito di amore, che tipo di sentimento raccontate?

«Raccontiamo un sentimento molto sfaccettato. Essendo poi cinque teste che ne scrivono, succede che ne vengono fuori di cotte e di crude, soprattutto di crude. È anche difficile riuscire a parlare di certi temi senza cadere nella banalità, perché comunque è la cosa più prossima e “potabile” che abbiamo noi autori e che ha il pubblico per entrare in contatto, in empatia. È un amore sicuramente travagliato, come spesso accade, legato probabilmente al fatto che siamo una generazione abbastanza strana: avendo una vita precaria, anche l’amore lo diventa.»

Quando ci incontrammo la prima volta, mi raccontaste di una vita trascorsa dentro il vostro personalissimo pullmino. Mi ricordi come si chiamava?

«All’epoca c’era “Renato”; poi, alla fine di quel tour, Renato si è rotto completamente e così l’anno dopo è arrivato “Carenato”, la versione un po’ più nuova di “Renato”; per terzo è arrivato il “Furbone”.»

 

Prima di salutarci, Bebo, toglimi un’ultima curiosità: cosa c’è scritto sul biglietto da visita de Lo Stato Sociale?

«Bella domanda, non c’ho mai pensato, perché non abbiamo mai fatto dei biglietti da visita. Forse ci sarebbe scritto: “Lo Stato Sociale. Band, canzonette e altro”

 

Gino Morabito

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