L’“ALTA QUOTA” DI GERMANO SEGGIO: RINASCITA, PASSIONE, SALVEZZA

Per Germano Seggio le Dolomiti rappresentano molto più che un paesaggio suggestivo.

Ascoltare la natura, coglierne le sfumature, suonarne la bellezza: tutto ciò che il chitarrista siciliano ha voluto trasmettere con il nuovo concept album “Alta quota”.

Un vero e proprio percorso, in cui ogni traccia racconta l’unicità di un paesaggio diverso. Seggio ha saputo convertire in musica tutte le emozioni provate nelle faticose gite alla scoperta degli scenari dolomitici e noi di Musica Intorno ci siamo fatti raccontare la genesi di questo lavoro: dal racconto del tragico incidente fino all’esperienza di girare un video a -25 gradi.

È curioso che il tuo nuovo disco “Alta quota” renda omaggio alle Dolomiti. Tu sei siciliano, di Palermo… Come nasce questo amore?

«Il mio amore per le montagne nasce da un incidente drammatico nella mia vita, in moto, che mi ha tenuto in sedia a rotelle per tre anni. Sono stato ricoverato sopra Cortina d’Ampezzo, in un famosissimo istituito e, grazie a delle cure sperimentali, dopo un paio d’anni, ho ripreso a camminare. Dalla montagna riparte la mia seconda vita, la dedica è quasi doverosa.»

Ti aspettavi di costruirci addirittura tutto un album?

«Andando in montagna per curarmi, tornandoci per passione, ogni volta che mi trovavo lì, questi luoghi, questa terra, mi trasferivano emozioni talmente forti che mi fermavo e ascoltavo le note come se mi arrivassero dal cielo: le mettevo sullo spartito e le registravo con la chitarra o con il telefonino. Mi sono ritrovato, alla fine, con il doppio delle canzoni del disco; ho dovuto fare una grossa selezione e autocensurarmi, ma credo di aver scelto le migliori.»

C’è un brano a cui sei particolarmente legato?

«È la title track del disco. Non è come gli altri brani che sono dedicati a qualche posto in particolare: è la somma di tutto questo, in qualche modo li racchiude tutti.»

Che esperienza è stata girare il video di “Alta quota” in queste condizioni climatiche?

«Le condizioni erano letteralmente glaciali: minima -25, massima -20 gradi. Purtroppo non potevo riscaldarmi bevendo la grappa, come faceva la troupe, per motivi professionali e di concentrazione (ride, N.d.R.). A proposito, vorrei sottolineare il grande lavoro di Alessandro D’Emila, il motore di questo video, montato poi da Alessandro Genovese.»

Quindi il lavoro finale ha rispecchiato le tue aspettative?

«Assolutamente sì! A dirlo sono i numeri e la distribuzione che abbiamo ottenuto grazie al videoclip. Ci stanno contattando un sacco di booking per fare concerti in giro per l’Italia, siamo molto soddisfatti.»

Invece cosa puoi dirci del riarrangiamento di “Mad world”? Perché questa scelta?

«Quando è uscita questa canzone ero un bambino di otto anni e avevo appena iniziato a suonare la chitarra, ma non ero in grado di eseguire un brano così complesso. Quindi mi sono sempre detto che, quando sarei stato “bravo” a sufficienza, lo avrei messo nel mio album e così è stato. C’è un fondamento legato anche all’estetica del brano: se si legge tra le righe, Orzabal condanna il bullismo e afferma che non finirà mai, purtroppo è stato lungimirante. Ho voluto rispondere contrapponendo il mio Beatiful world delle montagne dell’Alto Adige, che ci insegnano sempre tanto, soprattutto il rispetto.»

Ritorniamo a quel bambino di otto anni… Eri già consapevole di voler fare questo mestiere nella vita?

«Sono nato in una famiglia di musicisti: a sette-otto anni ascoltavo i Led Zeppelin, Jimi Hendrix, i Pink Floyd. Quando nasci immerso nella musica è difficile intraprendere un’altra strada, la senti tua.»

Nella tua carriera hai avuto modo di collaborare con musicisti molto noti con i quali hai condiviso il palco.

C’è un artista in particolare che ritieni il più importante per il tuo percorso?

«Tutti gli artisti con cui ho lavorato mi hanno influenzato: ero comunque convinto della mia performance ma sempre aperto a “digerire” tutto quello che può essere imparato. Uno tra tutti però, non me ne vogliano gli altri, è Peter Gabriel: lo ritengo il mio mentore, un dio della musica; ho fatto un disco nel suo studio e mi ha lasciato quello che nessun’altro poteva regalarmi.»

Prima accennavi a un tour… È uno dei progetti futuri?

«Sì! Stiamo organizzando un tour in estate tra il Trentino e le Marche, che sarà itinerante. Il tema forte sarà il recupero della natura, con il coinvolgimento di giovani; un altro progetto sarà quello di fare delle installazioni all’interno dei layout dolomitici, con una parte più teatrale dedicata al racconto di libri e la mia musica che faccia da background.»

Tu, Germano, sei un insegnante. Che rapporto hai con i tuoi alunni e cosa vorresti riuscire a trasmettere loro?

«Bella domanda! Tengo sempre a sottolineare come io sia insegnante per vocazione: ho la necessità di condividere il mio modo di vedere la musica con i giovani. Mi rivedo nei miei studenti e tutto quello che imparo da loro è linfa vitale per me. Voglio sempre che siano liberi di sperimentare, come ho fatto e sempre farò anche io… Il nostro rapporto si basa sulla libertà di lasciarli liberi di essere sé stessi e sviluppare la loro artisticità, senza mai copiarmi. Il segreto è l’unicità, tirare fuori la creatività e la forza per esprimerla.»

 

Matteo Caraffini

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