GIULIA MEI, COME CHI CREDE CHE LA FRAGILITÀ DEL CRISTALLO NON SIA UNA DEBOLEZZA MA UNA RAFFINATEZZA

«Interpretare una canzone significa non tradire l’altrui arte e, se gli autori siamo noi stessi, la nostra.»

Inizia così il confronto con Giulia Catuogno, in arte Giulia Mei, la cantautrice palermitana, diplomata in pianoforte, che ha dato alle stampe l’album d’esordio “Diventeremo adulti” (Il Cantautore necessario/Discoteca Laziale), prodotto a Roma con la collaborazione artistica di Edoardo De Angelis.

Il progetto trae ispirazione dalle principali scuole cantautorali italiane, in particolare quella genovese di De André, Tenco e Fossati, e da quella francese (Brel e Brassens sopra tutti) ed è una formidabile occasione per porre ancora una volta l’accento sulla buona musica; quella musica capace di divenire ponte tra vecchie e nuove suggestioni.

La valenza della melodia è rilevante e gli artisti, come la nostra Giulia, ne conoscono l’importanza perché vivono costantemente le emozioni di un’attesa, i sentimenti di un profondo dolore oppure l’esaltazione di una felicità inattesa. Questo continuo rappresentare le diverse identità del sociale permette alla musica di indossare le “casacche” adeguate alle circostanze di vita, vissute in quel preciso momento storico.

La musica non si limita ad essere quella particolare occasione per ascoltare melodie d’autore, quanto piuttosto vuole agevolare la riflessione e la discussione nel pubblico. Questa peculiarità emerge con chiarezza quando l’artista interpreta una canzone: diventa poesia da ascoltare. Sarà proprio quella giusta interpretazione adottata da un sensibile artista a conferire quel prezioso significato perché si evidenzia il suo contributo culturale.

Di musica, aspirazioni, ansie… di vita vissuta, abbiamo parlato con Giulia Mei. Ne è venuto fuori il racconto inedito di quella musica che l’ha “salvata”; il racconto di chi crede fermamente che la fragilità del cristallo non sia una debolezza ma una raffinatezza.

Alla cantautrice Giulia Mei chiediamo: quanto è importante interpretare una canzone?

«Interpretare una canzone significa riuscire a restituire a chi ascolta e chi osserva l’esibizione, il messaggio, i contenuti, le storie e le emozioni che chi ha scritto quella canzone ha voluto raccontare. Significa, in sostanza, non tradire l’altrui arte e, se gli autori siamo noi stessi, la nostra. L’interpretazione, specialmente dei miei brani, è per me molto importante ed è un aspetto a cui lavoro e che privilegio nei miei live, cercando di far passare l’anima di ciò che scrivo attraverso ogni sfumatura della voce, ogni espressione del mio volto, ogni movimento del mio corpo. Se riuscire a scrivere bene è difficile, riuscire a interpretare bene è difficilissimo.»

Cosa rappresenta per Giulia il cantautore?

«Il cantautore ha il grande potere di trasmettere a grandi quantità di persone messaggi anche molto importanti, perché i mezzi che ha a disposizione sono (spesso) facilmente fruibili. La musica è un linguaggio veramente universale e ha un potere forte sulla mente e sul cuore di chi la ascolta; così accade che un cantautore riesca a trasmettere un concetto, un ideale, un punto di vista che arricchisce, edifica, migliora chi ascolta le sue parole in musica. Questa è una vera magia. Certe canzoni di Vecchioni o di Guccini (solo per fare due esempi) mi hanno cambiata dentro, mi hanno insegnato cose talmente importanti e imprescindibili che sembrerà una frase fatta, ma ti dico che oggi, senza quella canzoni, non sarei la stessa.»

Coinvolgere il pubblico diventa necessario quando si vuole entrare nel cuore. Che ruolo gioca il comportamento del performer?

«Adoro coinvolgere il pubblico nei miei live, renderlo partecipe di ciò che racconto e che canto. Infatti nei miei concerti non mancano mai monologhi e riflessioni che condivido con chi mi ascolta; mi piace ripercorrere il percorso che mi ha portato a scrivere questa o quella canzone, le esperienze, le idee che si nascondono dietro le mie parole. Soprattutto adoro i cantautori che fanno lo stesso, in questo Finardi mi ha ispirata moltissimo.»

Qual è il tuo modo più naturale di “parlare” al pubblico con una melodia?

«Scelgo di parlare di esperienze vissute, emozioni provate sulla mia pelle, del mondo visto dai miei occhi, con tutte le sue sfumature. È questo che mi riesce naturale: travasare la mia anima e il mio cuore che si guardano intorno, nelle linee melodiche delle mie canzoni. È quasi un’esigenza, una pulsione meravigliosamente irrefrenabile.»

Il pop caratterizza le tue canzoni. Perché una neo diplomata in pianoforte ha scelto questi generi?

«Quello della musica classica e dello studio del pianoforte è un percorso che mi accompagna fin da bambina; è stato il primo approccio al mondo della musica, e grazie ad esso ho potuto approfondire fino in fondo lo strumento con cui mi accompagno. I due mondi, quello “classico” e quello “pop”, sono in realtà sempre stati per me due fratellini che si sono dati la mano e aiutati a vicenda; due realtà che convivono felicemente e accrescono la mia identità musicale…

Nonostante sia il mondo delle canzoni quello con cui amo esprimere me stessa, studiare Bach e Chopin mi ha aiutata e non poco a farlo, dandomi la possibilità di utilizzare più mezzi tecnici ed espressivi possibili. Bach, Beethoven, Mozart mi hanno insegnato la poesia, il dolore, la disciplina, l’equilibrio nella musica e nonostante siano le canzoni a parlare per me, in quelle canzoni c’è tanto di quello che ho imparato dal loro repertorio, dalle loro progressioni armoniche, dal loro modo di trattare il materiale musicale, o almeno lo spero. Provate a mettere le parole a certe mazurche di Chopin, ne verranno fuori delle canzoni meravigliose!»

Che tipo di messaggi vuoi lanciare con le tue canzoni? C’è un motivo specifico?

«Non c’è un messaggio specifico che accompagna la mia musica; sono tante le tematiche che mi piace affrontare, in maniera più o meno impegnativa o leggera. Se c’è una cosa che però accomuna tutte le mie canzoni è l’idea che trainare un messaggio sia importante, e che in questo senso la musica, ma soprattutto la musica che incontra la parola, possa avere un grande ruolo, e questa è una cosa meravigliosa, nonostante sia anche un’arma a doppio taglio. Mi piace pensare che ciò che scrivo possa cambiare, influenzare, plasmare il cuore di qualcuno; è un’idea bellissima ed è uno dei motivi principali che mi spinge a scrivere. Tante canzoni hanno plasmato il mio di cuore e mi hanno insegnato a vedere il mondo con occhi nuovi.»

La passione per la musica ti ha coinvolto sin da bambina. Le scelte adottate come hanno condizionato la tua infanzia?

«La mia infanzia è stata molto condizionata dalla scelta di seguire la strada della musica. Tornavo da scuola e facevo subito i compiti o studiavo fino a tardi per potere conciliare anche lo studio della musica; per me era molto importante riuscire a fare tutto bene senza mortificare nulla, specialmente nel periodo in cui andavo al liceo classico, altro importante tassello del mio percorso di crescita culturale e personale. Ma sacrifici e piccole rinunce a parte, posso solo dire che la musica ha reso meravigliosa la mia infanzia e ha accompagnato la mia crescita, sostenendola e, delle volte, “salvandola” nel vero senso della parola.»

Saper trovare una buona chiave di lettura di una melodia agevola gli ascoltatori ad apprendere più facilmente. Quale approccio credi sia il più efficace e naturale?

«Credo che il modo più “efficace” di trasmettere i messaggi, i sentimenti, le storie dietro una melodia sia l’autenticità, della scrittura e dell’interpretazione. Essere autentici vuol dire eliminare ogni latenza tra sé e il pubblico, vuol dire restituire a chi ascolta e osserva ciò che si è e si ha nella mente e nel cuore. La “verità” di un autore è una cosa inconfondibile, importantissima, a mio parere.»

Nata e cresciuta a Palermo, produci a Roma il tuo primo album, con la collaborazione artistica di Edoardo De Angelis. La Sicilia ti va stretta?

«Diciamo che la scelta di produrre il disco in Sicilia è stata dovuta principalmente al fatto che Edoardo, che ha curato la produzione artistica, è di Roma e il team di musicisti con cui mi ha consigliato di lavorare e arrangiare il disco sono tutte figure che hanno collaborato e collaborano con lui e che operano proprio nella zona di Roma. È vero, quasi tutte le persone che hanno partecipato alla realizzazione del lavoro sono di quelle parti, eccetto Vittorio Di Matteo, chitarrista della mia band nonché autore dell’artwork del disco, ma semplicemente perché mi sono trovata bene a lavorare con loro, per le competenze e la professionalità che mi hanno dimostrato. E poi si sa… nemo propheta in patria!»

La spontaneità diventa una conseguenza quando un cantante interpreta la propria canzone. Come vivi questo momento?

«Cerco sempre di raccogliere tutte le emozioni e le sensazioni che posso, e di vivere ogni esibizione nel “qui e ora”, cercando di assaporare ogni singola nota e ogni singola parola, come se il mio fosse un dialogo, una confessione tra me e il pubblico. Non capita affatto raramente che l’emozione si prenda gioco di me e io mi commuova mentre canto, ma credo che mostrare le proprie fragilità sia una cosa straordinaria, nell’arte e nella vita.»

Il pubblico vuole essere guidato dalla musica per puro piacere e per rilassarsi. Quali sono le performance che senti di mettere in campo sul palco?

«Cerco di dare nella mia musica più spunti possibili (o almeno ci provo), portando avanti un progetto musicalmente e tematicamente eclettico in cui molte persone possano trovare e raccogliere qualcosa, sia chi ascolta la musica per emozionarsi, sia chi la ascolta per divertirsi e per sorridere, sia chi per chiudere gli occhi e lasciarsi trasportare dalle note. Poi è chiaro che ognuno, ed è questa la cosa bellissima, cerca e trova nella musica quello che vuole in base al proprio animo e alle proprie inclinazioni, e questo è un aspetto che l’artista non può né gestire né prevedere, per fortuna.»

Giulia, quando diventeremo adulti?

«Gran bella domanda! E soprattutto… diventeremo adulti? Forse diventeremo adulti quando impareremo a vivere, per davvero, rispettando la nostra vita e quella altrui o, volendo citare un brano del mio disco, “quando avremo la decenza di toccarci finalmente, senza opporre resistenza” (Kundera).»

 

Francesco Fravolini

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