GEGÈ TELESFORO. “DIVINITÀ” DEL JAZZ MADE IN ITALY

gege-telesforo00_musicaintornoGrande jazz a Catania: Musica Intorno ha incontrato Gegè Telesforo, all’interno della magnifica location del Cortile Platamone – Palazzo della Cultura, nell’ambito della rassegna organizzata da Giuseppe Costantino Lentini e Class Club.

Un mirabile evento di musica e cultura, che ha visto la straordinaria partecipazione di Greta Panettieri.

E sono state good vibrations.

Quando il jass ha iniziato a farsi chiamare jazz? Esiste uno spartiacque che determina l’approdo a un genere che appaia oggi un jazz eccessivamente “liquido”, minato dalla canaglia dello spettacoletto?

«Il jazz è musica ed è nato per intrattenere. Poi, col tempo e nell’evoluzione, è stato trasformato dai musicisti in qualcosa che, a partire dalla fine degli anni ‘60, ha allontanato il pubblico. Sono molto contento che oggi il jazz stia riscoprendo la sua vera natura, che è quella dello spettacolo e che, invece di allontanare il pubblico, lo porti ai concerti e a comprare i dischi. Certamente, quando si parla di jazz, si parla di una materia che non ha dei confini limitati, tanto è vero che, se vai a vedere i cartelloni dei festival più importanti al mondo, ci trovi di tutto: la tradizione, i veterani ancora in vita e grande contaminazione. Ho visto ad esempio il cartellone di Umbria Jazz e c’è Mika, e non avrei mai pensato di trovarlo in un cartellone del genere, però evidentemente il jazz ha bisogno anche di un’apertura sul versante pop per ritrovare sé stesso, per rinascere e rinvigorirsi; d’altro canto anche gli altri generi musicali hanno bisogno di una visione jazz, che è quella che porta l’improvvisazione con una matrice molto blues. Sinceramente, ascolto tanta musica e ormai non riesco quasi più a distinguere i generi; lavoro a Radio 24 e la musica che propongo è a cavallo tra i vari stili, l’unica cosa che mi guida è l’istinto. È diventato molto difficile dare le etichette, che ad un certo punto servono soltanto a posizionare dei dischi; ma, considerando che la discografia sta finendo e lavora in mp3, catalogare non ha più un significato.»

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Ti sei sempre prodigato per una televisione e una radio di qualità, concentrandoti sul jazz anche come intrattenimento. Cosa pensi dello stato del canto jazz in Italia?

«Io penso che ci siano dei formidabili musicisti, ma che ancora manchi per il jazz italiano una spinta forte nella discografia internazionale; un po’ perché non abbiamo delle figure molto forti tra i producer, tra i promoter e tra le case discografiche che producono il nostro jazz nelle aperture internazionali, un po’ perché l’ambiente del jazz italiano è chiuso, filo-intellettuale. Evidentemente questo non ci sta aiutando. Credo che si spinga molto sul virtuosismo dei musicisti e non sui progetti; invece dovremmo lavorare discograficamente più sulle produzioni, sui progetti e quindi sulle promozioni all’estero. Per quanto riguarda i musicisti, ce ne sono di eccezionali, dei talenti strepitosi; musicisti appartenenti alla mia generazione che hanno confermato di avere un valore immenso, a partire da Roberto Gatto, Danilo Rea, Rita Marco Tulli a quelli più giovani, da Paolo Fresu, Stefano Bollani a Di Battista, e poi ancora un’altra generazione che è quella di Francesco Cafiso e Seby Burgio. Sono tutti musicisti eccezionali, preparati sui loro strumenti e dotati di una grandissima creatività; gli manca solo la possibilità di esprimersi liberamente, come fanno in Italia, anche nel resto del mondo. Hanno tutti i numeri per diventare dei campioni e già lo sono!»

gege-telesforo04_musicaintornoParliamo della collaborazione con Seby Burgio…

«Da un po’ di tempo lavoriamo insieme. Lo conobbi anni fa a un festival jazz che si fa a Messina, me lo presentò il mio vecchio amico Giovanni Mazzarino, e suonai con Seby. Mi piacque subito e, come faccio spesso da anni, quando c’è un musicista che mi piace cerco di coltivarlo, ed è quello che è successo con Seby:

vari concerti col suo trio, che è favoloso, con Alberto Fidone e Peppe Tringali, e poi, mettendo su un nuovo organico, ho pensato di chiamarlo, perché è musicalmente onnivoro come piace a me: si nutre di jazz e di blues, è preparato sulla musica classica, ma gli piace anche l’r&b, l’hip hop e il rap, quindi ha le carte in regola per diventare quell’eccellente musicista che è già.»

Questo nuovo assetto, dato da numerose contaminazioni, è una deriva o rappresenta un processo di sviluppo dagli esiti mirabili?

«No, io credo che faccia parte della natura tipica del jazz, un’evoluzione naturale. Il jazz è sempre stato aperto alla contaminazione, è un genere che nasce da una contaminazione di vari stili, dal ritmo africano al senso dello swing; la forma del blues e poi gli strumenti dei pionieri che arrivavano a New Orleans; il jazz che si fuse con i ritmi latini negli anni ‘40 americani, con la Big Band Latin Jazz… quindi fa parte un po’ della sua natura. Ha girato il mondo e in ogni paese in cui si è trovato ha scoperto usi e costumi locali. Oggi succede che la musica va avanti, stana nuovi stili, nuovi groove ritmici, nuovi pattern, nuove sonorità, e il jazz è pronto ad abbracciare tutto questo.»

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Questo 2016 sembra essere un anno infausto per le sorti della musica: la morte di Prince dopo Bowie ci rende inconsolabili. Nello studio di Minneapolis hai registrato “Gegè e The Mother Tongue”, dichiarando che avresti voluto realizzare un album con lui, collaborare con qualche assolo di scat e di chitarra…

«Beh… a me sarebbe piaciuto tanto, però non c’è stata la possibilità e non ci sarà più. Mi sono trovato a Paisley Park, in virtù della mia collaborazione con Ben Sidral, quando facevo parte della sua etichetta Go Jazz, che registrava a New York il materiale più jazz, le cose più funky e r&b; le registrava a Paisley Park di Prince, quindi “Gegè e The Mother Tongue”, che è un album abbastanza funk e contemporary jazz, è stato registrato al Paisley Park. Poi lì mi sono trovato a lavorare in altre produzioni, come quella con Phil Apture e Chaka Khan. È stato un bel periodo. Registrare con Prince sarebbe stato fantastico ma ormai è andata.»

Sei stato testimonial, per il tuo impegno artistico, di “Tutti i bambini in pericolo”, una delle più significative battaglie Unicef, e inventore e promotore di “Soundz For Childrens”, finalizzato alla rimozione di tutti gli ostacoli socio-culturali che impediscono un armonioso sviluppo psico-fisico ai bambini. Jazz come propaggine immaginaria di salvezza e pace per gli esseri umani in terra?

«Io non parlerei di jazz ma di musica in generale. L’ho raccontato molte volte alle master class che faccio con i ragazzi. Per me la musica è stata una sorta di salvezza, quando ero ragazzo, perché il fatto di essere appassionato di musica e di studiare musica mi ha tenuto lontano da certi ambienti e da certe situazioni, delle quali mi sembra inutile parlare.»

Inutile rispetto a cosa?

«Vengo da una città molto funky che è Foggia, ed è funky come gran parte delle città del Sud, e, per quanto tu possa farti i fatti tuoi, sei sempre a contatto con ambienti diversi. Anche amici miei di buona famiglia hanno fatto delle “stupidaggini terribili”. La musica mi ha tenuto lontano da questi ambienti e mi ha portato subito a capire certi meccanismi della vita. Oggi la musica è la mia terapia, io sto bene quando sono a contatto con i miei musicisti; quando studio; quando sto sugli strumenti mi cambia l’umore, e il progetto “Soundz For Childrens” nasce anche per questo motivo: perché sappiamo che, anche nelle zone a rischio e in contesti difficili, i bambini, i ragazzi, i profughi, quelli che provengono da zone di guerra… possono trovare conforto, una valvola di sfogo e capire – attraverso la musica – la bellezza della condivisione. Oggi ci sono due parole che attraverso la musica possiamo comprendere molto bene, integrazione e multi etnicità. La musica abbatte molte frontiere. Tu pensa che anche nella comunicazione verbale ci sono dei limiti: io e te, per dialogare, dobbiamo rispettare dei tempi, in cui tu stai ascoltando quello che io ti sto dicendo, e poi parli tu e io mi devo fermare; invece nella musica venti o più voci possono dialogare e nel contempo ascoltarsi. Questo è un concept molto importante, no? Capire l’integrazione e la multietnicità – attraverso la musica – per affermare che non ci sono barriere linguistiche, né politiche e religiose, è qualcosa di favoloso.»

gege-telesforo06_musicaintornoTelesforo è il nome di un antico dio greco della cura e della convalescenza, e deriva da Telesphòros, colui che porta alla realizzazione. Gegè cosa sente di aver realizzato fino ad ora?

«Mi sembra di avere 14 anni e di voler ancora studiare, fare e imparare tanto, ma ho altre priorità sulle quali concentrarmi.

Non si tratta più della mia carriera né della mia musica, ma di mia figlia, e quello che posso fare è continuare a educarla e farla crescere nel migliore dei modi, anche attraverso la musica che propongo. So che dovrò ricominciare a viaggiare molto all’estero, perché sto lavorando a progetti internazionali che mi terranno lontano da casa, però credo che mi farà bene tornare a respirare un ambiente internazionale. Ultimamente l’Italia mi sta molto stretta, anche se sono felice di avere ancora la possibilità di scegliere i lavori e accettare le proposte che più mi piacciono. Ma mi sta un po’ stretta e mi sta annoiando, sono pronto per tornare fuori e rimettermi in gioco.»

La cura musicale per questa Italia allora qual è?

«Beh la musica c’è, manca il dottore

 

 

Alberto Sparacino

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