EMAN, IN CONTINUA EVOLUZIONE VERSO ALTRI SUONI

Eman 01_musicaintornoSemplificando radicalmente la teoria più celebre di Albert Einstein, il tempo è relativo, e viene vissuto differentemente da persona a persona in base alle circostanze.

Nel caso dei fan di Eman, all’anagrafe Emanuele Aceto, gli ultimi due anni devono essere evidentemente sembrati un secolo, a giudicare dalle pressanti richieste sulla data di uscita del nuovo album sotto ogni post del cantautore, tanto che lui stesso ci ha scherzato sopra postando su Facebook l’hashtag  #maquandoescestocazzodialbum.

Ora però il tempo sembra essere finalmente scaduto: a due anni da Amen, pubblicato nel 2016 per Sony Music Italia, Eman torna sulle scene con il singolo “Icaro”, anticipazione di un album di cui non si sanno ancora il nome e la data d’uscita. Musica Intorno lo ha raggiunto al telefono durante una pausa in sala prove, dove sta preparando con la sua band la data di Milano, per sapere di più su come Emanuele Aceto sia cambiato dal suo esordio nella scena reggae di Catanzaro fino all’elettronica sferzante di “Icaro”.

Eman 02_musicaintornoCome sta procedendo la preparazione per la data al Santeria di Milano?

«Bene, anche se è tutto molto strano: è la prima volta che presentiamo un nuovo progetto prima della sua uscita. Tendenzialmente si è abituati a vedere il proprio pubblico che già conosce i brani, canta con te e si eccita se inizia una canzone o un’altra, invece qui dovremo accettare l’idea che avremo davanti un pubblico che verrà “a scatola chiusa”, spinto solo dal volere ascoltare il nuovo album. Non sappiamo se poi ci diranno “Mizzega, che canzoni di merda” oppure no, quindi siamo tesi, ma anche carichi perché siamo certi del “prodotto” che abbiamo fatto e che sarà un live incredibile.»

A proposito del disco: se uno si fa un giro sui tuoi profili social, nota che è ormai una ricorrenza chiederti insistentemente sotto ogni post quando uscirà qualcosa di nuovo. Anche se tu hai accolto la cosa con ironia, senti della pressione da parte del tuo pubblico o vivi il tutto come uno scherzo?

«Premesso che per me il pubblico ha sempre ragione, ma quando uno è fuori dalle dinamiche discografiche potrebbe pensare che un artista in automatico si mette là a scrivere un disco, va in studio, lo registra e lo fa uscire. Invece i brani potrebbero già essere stati scritti da tempo (sto già lavorando a cose nuove, per dire), ma tra la creazione di un album e la sua uscita ci sono in mezzo problemi burocratici e rallentamenti di vario genere che complicano il tutto. Insomma, sono più teso io per l’uscita del mio disco che un mio fan, anche perché è l’unico mezzo che ho per far ascoltare a tutti la mia musica e ciò che voglio dire. Ci scherzo un po’ perché in questi tempi strani si pretende che entro un anno uno debba avere un altro album, e ogni sei mesi un singolo, invece il lavoro della musica è un po’ più complesso. E poi, se non hai un tot di “vita” ed esperienze sulle spalle, come fai a scrivere cose nuove?»

Eman 04_musicaintornoParliamo ancora di cose “extramusicali” ma che in un modo o nell’altro influenzano la vita di un artista. Se vogliamo fare un salto temporale agli inizi della tua carriera, dobbiamo tornare ai tuoi primi Soundsystem a Catanzaro nel lontano 2005…

… Tra quel periodo e il 2018 cos’è cambiato intorno a te, per usare un termine generico, nell’industria musicale?

«Sono cambiate tante cose. L’ufficialità dell’inizio della mia carriera è stata data da un social network che ora non c’è più, Myspace, anche se in realtà ero sui palchi già da parecchio tempo prima. La cosa bella di Myspace era che si basava solo sulla propria musica da far ascoltare e nient’altro, anche se poi bisognava fare tutto intorno un lavoro di network con altra gente stando connessi a suon di telefonate e messaggini. Poi nel 2009 è esploso YouTube, quando avevo già quattro anni di storia alle spalle, e sul momento non vedevo questa gran importanza nel caricare video musicali su Internet, sbagliando. I social mi hanno coinvolto in pieno ed obbligato a fare un cambio nella mia attitudine. Ciò che non mi piace di quest’epoca musicale è che accade che si venga investiti del titolo di “grande artista” solo in base ai numeri che si hanno sul web, che spesso non sono il termine giusto per dare un giudizio sulla qualità ma solo simboli e visualizzazioni. La mia è stata invece una gavetta vera partita da palchi con davanti qualche vecchietto su una sedia, e ho capito cosa vuol dire lavorare ed impegnarsi per passare “dallo zero al cento”, mentre ora è molto più facile per un giovane artista arrivare subito a cento senza partire dallo zero, cosa che non è sempre un bene.»

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Un’ultima domanda sulle tue origini, che è quasi più una questione antropologica: come spieghi un legame così forte tra il Sud Italia e la musica reggae e dancehall, che ha conquistato te così come innumerevoli artisti meridionali?

«Te lo dico semplicemente: per il sole ed il mare. Ammettiamolo, è molto meglio ascoltare un brano di Bob Marley o Peter Tosh quando si ha una spiaggia e le onde del mare davanti, che sia in Calabria o in Salento. La zona in cui sono cresciuto, Catanzaro, all’epoca era una delle piazze più calde d’Italia per la musica reggae, ed è grazie a queste sonorità che è nato un movimento col quale molti giovani si sono avvicinati al mondo della musica ed a un determinato tipo di cultura. C’è sicuramente un legame “automatico” tra suono e terra, ma siamo anche facilitati dai dialetti: la nostra fonetica ci permette di andare a tempo su certi ritmi con facilità, com’è sempre stato fin dall’epoca della tarantella.»

Visto che nessuno sa come suonerà questo tuo nuovo album, andiamo per tentativi. Un po’ di reggae c’è?

«Non ci sarà. La musica d’altronde stava già cambiando nel mio album precedente, anche se la Sony, al momento della firma, mi aveva chiesto di fare un “resoconto” della mia carriera artistica prendendo il meglio dalle mie produzioni del passato. Ora continua la mia evoluzione verso altri suoni, tanto che sembro un artista completamente diverso dall’Eman che faceva brani reggae in dialetto, ma anche perché allora ero molto, molto giovane e oggi non lo sono più.»

Con un lungo post su Facebook hai spiegato la metafora alla base del significato del testo di Icaro, ma quanto della storia da te raccontata è autobiografico?

«C’è sempre un lato autobiografico in ogni mio pezzo: dalle vite degli altri traggo ispirazione, dalla mia esperienza e da questa unione escono fuori i brani. In Icaro c’è tanto della mia vita, come c’è tanto della tua e di chiunque altro abbia pensato, provando a fare qualcosa e fallendo, “Rialzati e riprovaci”. Poi nel brano c’è molto di più, ma io non sono un amante dello spiegare i miei brani perché a volte chi li ascolta trova un senso diverso da quello che avevo pensato, e voglio che sia libera l’interpretazione dei miei testi, anche se Icaro mi sembra abbastanza chiaro. In una frase di una canzone è giusto che uno veda qualsiasi cosa, la propria ex, un amico, o la squadra del cuore. La musica che fai non è tua, è di chi poi va a prendersela. Ognuno faccia della mia musica ciò che vuole, basta che non siano inni per partiti politici!»

Approfitta di Musica Intorno per dire qualcosa che i tuoi fan ancora non sanno sul nuovo album.

«È la cosa più vera che abbia mai scritto fino ad oggi. So che sembra aulico e vago, ma ascoltandolo si potrà capire cosa intendo.»

 

Stefano D. Ottavio

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