DOLCENERA CANTA L’AMORE, ANCORA “PIÙ FORTE”

Capelli neri ondulati, sciolti all’altezza delle spalle; aria sbarazzina e un sorriso che le illumina il viso, quando mi racconta dei suoi progetti.

Dolcenera è ancora “più forte”, come il singolo che anticipa il nuovo lavoro discografico.

Mi stuzzica, scherziamo, mi lascio prendere un po’ in giro per quell’accento della Milano del Sud. Manu è frizzante, energica, uno scoppio vitale: «Siamo carichi!» con quella voce grintosa inconfondibile.

Dopo un lavoro di suoni certosino, sfociato in una produzione armoniosa, la cantautrice originaria di Galatina è pronta a sorprendersi, ancora una volta, per sorprendere. Canta l’amore in senso assoluto, che non conosce differenze di generi, età, latitudini. Canta l’amore, perché non si può prescindere da questo sentimento, tanto sfruttato eppure così necessario a vivere in pienezza. Canta l’amore, quando fa rima con bellezza, quella virtù che sboccia dal delicato contatto tra simili, tra persone: “elementi essenziali nel groviglio dell’umanità”.

Tirando le somme «l’unica cosa che forse non si vede in Dolcenera è la parte di Emanuela tenerona, che tende a prendersi cura degli amici, della famiglia… la Manu crocerossina.» Certo è che, alla fine del confronto, ancora lì sul cenno del saluto, a una come lei, sarebbe proprio bello poter dire: qualunque cosa accada, noi ci vediamo a casa.

Entriamo subito nel vivo: “Più forte” arriva a tre anni di distanza dall’album “Le stelle non tremano supernovae”. Che tipo di evoluzione c’è stata?

«La scrittura del disco è stata molto veloce, la produzione invece lunghissima. Probabilmente perché, per avere ben chiaro il disegno di quello che doveva essere il suono, ci abbiamo messo un po’. L’idea era ambiziosa.»

Ma andiamo per ordine…

«Andando per ordine, l’aspetto che amo di più in questo mestiere è la scrittura: quando tiro fuori qualcosa che non c’era prima, è il momento in cui mi gaso di più; poi c’è il momento della sofferenza in studio, per riuscire ad avere un suono che sia particolare; infine arriva il momento della goduria, quando il lavoro dà un risultato sorprendente, che non ti aspettavi prima. In questo senso, in “Più forte” c’è un lavoro di suoni molto particolare, che rispecchia tutta la ricerca fatta sulle percussioni nel Sud del mondo. Volevo valorizzare le radici: la radice musicale è percussiva.»

Il tentativo di valorizzare le radici mediante un lavoro di suoni certosino, che sfocia in una produzione armoniosa. È questo il concetto?!

«Per lungo tempo non ho fatto altro che ascoltare solo percussioni, non canzoni ma ritmi tipici. “Più forte” nasce da un riff di pianoforte, con le percussioni che richiamano Cuba. Inoltre, siccome a me non piace l’idea di realizzare dei dischi dal sapore “nostalgico” ma contestualizzati nel momento storico che stiamo vivendo, la sfida è stata quella di mettere dei synth, unendoli a qualcosa che fosse moderno: nel ritornello spadroneggiano i synth, a cui poi si aggiungono dei fiati che hanno invece più un atteggiamento jazzy. Quando metti insieme tutti questi elementi, quando fai parlare questa tipologia di stili musicali…

… soltanto un lavoro certosino ti può assicurare di non fare un pot-pourri di roba, realizzando invece un prodotto armonioso. Ecco perché la produzione del disco è durata tanto!»

 

La sfida del disco l’hai già vinta. Quale sarà la prossima?

«La prossima sfida sarà cercare di riportare tutto questo sound sul palco, dal vivo. In realtà, mi sto circondando di musicisti, che siano anche dei polistrumentisti, nel tentativo di ottenere una trasposizione live “sincera” di quanto è stato realizzato nel disco.»

Sorprendersi per sorprendere: la cifra stilistica di chi, per oltrepassare le “colonne d’Ercole” del mai fatto prima, spesso naviga a vista.

«Vivere la musica come la vivo io non è semplicissimo: quando scrivo un progetto nuovo, devo prima di tutto sorprendere me stessa. Questa sensazione di sorpresa, poi, si riversa inevitabilmente anche sul pubblico che ascolta. Succede che saltano i miei punti di riferimento: resto sempre una cantautrice musicista – il punto fermo è e rimane la parte autoriale – che però ha voglia di giocare con la musica. Quest’aspetto mi mette continuamente in discussione ed è difficile da sostenere psicologicamente, perché…

… nonostante mi procuri enorme gioia il sentirmi sempre “nuova”, dall’altra parte la comunicazione diventa più complicata: hai da raccontare a chi ti ascolta tutto quello che ti ha influenzato e che ti ha portato a quel nuovo punto di scrittura. Non accade mai che, siccome in passato hai fatto un pezzo che è andato bene, allora lo rifai più o meno simile. Non è così! E, quest’aspetto, mi mette profondamente in crisi, perché non navigo mai nel mare delle certezze. Mai! Sento addosso tutta l’inquietudine dell’artista, che condiziona anche il mio vivere quotidiano.»

Un percorso umano e artistico, quello di Emanuela Trane, alias Dolcenera, compiuto attraverso le vie della bellezza: ora declinata nella totalità di un progetto, ora nella peculiarità di un singolo aspetto.

«Hai usato un termine che per me riveste grande importanza. Con tutte le persone con cui collaboro alla realizzazione di un disco o di un videoclip, la parola “bellezza” deve sempre venir fuori. Non realizzo mai un progetto soltanto nei termini della mera produzione, la bellezza è un aspetto che dev’essere sempre messo in primo piano: il prodotto della mia creatività dev’essere innanzitutto bello e armonioso. Nel video di “Più forte” racconto una bellezza più estetica, su cui abbiamo molto ragionato con il regista Gabriele Surdo, una personalità artistica che si interessa di filosofia; legge, studia, si documenta tantissimo. Ogni singola scelta di questo video, che, all’apparenza, può sembrare solo estetico, nasconde un significato più profondo…

Il liquido bianco nel quale siamo immersi, ad esempio, rappresenta il liquido amniotico primordiale che ci collega tutti: perché è insieme che ci sentiamo più forti. Il modo in cui ci sfioriamo, che non è mai volgare, rappresenta invece quel desiderio di contatto tra simili, tra persone. Il fulcro delle nostre scelte, fatte durante tutte le riunioni in preparazione al video, è stato il ricordarsi di una massima del filosofo Epitteto, che recita: “Non sei una monade isolata, ma una parte unica e insostituibile del cosmo. Non dimenticarlo, sei un elemento essenziale nel groviglio dell’umanità.”.»

L’umanità è intrinseca nella natura stessa della persona. Ma quanto c’è di Dolcenera in Emanuela e quanto al contrario?

«Tutto! L’unica cosa che forse non si vede in Dolcenera è la parte di Emanuela tenerona, che tende a prendersi cura degli amici, della famiglia… la Manu crocerossina. Esce sempre fuori la parte più grintosa, quella più estremista, perché Emanuela non ha mezze misure: o tutto bianco o tutto nero, non c’è il grigio. E Dolcenera pure. Quando parlo con gli addetti ai lavori, mi chiamano “diversamente pop” proprio per questo motivo: orbito in un ambito comunicativo tipico del pop, che però non è facilmente collocabile all’interno di esso. Sono “estremista”, nel senso buono del termine: mi interesso alle mode del momento, cercando comunque di fornire un punto di vista personale e inedito. Forse, come ti dicevo prima, emerge maggiormente la parte folle, come quando ho partecipato a “The Voice of Italy” nel 2016: lì ero totalmente al naturale ed essere troppo naturali, delle volte, tende a spiazzare. Probabilmente, non siamo abituati a vedere la verità.»

A proposito della verità, te ne chiedo una: com’è essere una cantautrice di valore in un mondo popolato di uomini?

«Non è semplice, per le donne cantautrici non è stato mai semplice! C’è uno strapotere maschile anche in questo campo e, quando una donna cantautrice riesce ad affermare la sua personalità e la sua voce, ha fatto degli sforzi doppi e tripli.»

A dispetto di tutto e tutti, credi ancora nel popolo dei sogni?

«Sempre, mio caro! Resterò per sempre un’illusa» ridendo di cuore la nostra Manu. «Scherzi a parte, credo nella fantasia; credo nel dovere morale di essere sinceri nella propria creatività.»

 

Gino Morabito

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