DAGLI “APPUNTI” DI TOSCA

Tosca 01_musicaintornoVerso la fine dell’anno ci siamo concessi un viaggio intorno al mondo. Uno di quelli che basta chiudere gli occhi per andare, attraverso il suono di una buona voce. Siamo finiti così per confini e sconfini, come recita il sottotitolo del magnifico concerto che non abbiamo più smesso di leggere attraverso l’album live che l’ha immortalato:

Appunti musicali dal mondo, un crogiuolo di melodie e parole, un lavoro poetico e vibrante, quasi un racconto in musica che, anche grazie al sapiente utilizzo di lingue distanti fra loro, passa tra le suggestioni del fado portoghese, della morna, i canti augurali dei matrimoni Yiddish, la canzone libanese e la ballata zingara fino ad approdare alle sponde italiane della musica d’autore e popolare, con uno straordinario omaggio alla canzone. L’emozione è la nostra, la voce straordinariamente comunicativa – drammatica, eterea, erotica e dolorosa, capace di avere ragione su stili e tempi –, quella di Tiziana Donati, per tutti Tosca.

Appunti musicali dal mondo è il progetto che, tra sperimentazioni, ricerca e nuovi arrangiamenti, mette il punto e ripercorre le tappe più significative del cammino dell’artista romana divisa perfettamente tra musica, teatro, e una formazione musicale che la trova a dirigere la sezione Canzone di Officina delle Arti Pier Paolo Pasolini (laboratorio di alta formazione della Regione Lazio, in collaborazione con l’Università di Roma Tre e il Conservatorio di Santa Cecilia di Roma).

Tosca 02_musicaintornoIl progetto degli Appunti di Tosca è un lungo respiro dalle molte coordinate, più di quelle da studio degli Appunti di viaggio di Paolo Conte, titolo, questo, che se da un lato si dà per scontata associazione, dall’altro lascia intuire un filo, un indizio. Il live della romana, ad ogni modo, vive di spazi, di esperienze lontane: è un viaggio reale, partito quattro anni fa con la disarmante e bellissima Il suono della voce – canzone guida dell’omonimo album scritta dallo specialista in bellezza Ivano Fossati –, e che di anno in anno ha continuato ad arricchirsi lungo i territori del teatro-canzone, toccando sponde linguistiche tra le più distanti.

Attorno a Tosca, riuniti alcuni grandi artisti che hanno incrociato la sua vita musicale. Tra intrecci sonori, abbracci linguistici, lontananze e assonanze, si alternano: il regista della musica Nicola Piovani, il grande musicista e cultore musicale Gegè Telesforo, il clarinettista Gabriele Mirabassi, Joe Barbieri, autore di alcune delle canzoni più significative della cantante, il pianista fuoriclasse Danilo Rea, ed infine, Germano Mazzocchetti, anima della musica teatrale di Tosca – da siciliani non possiamo che essere rapiti da quest’ultimo incontro quando è il turno della mediterranea Via Etnea.

A ridosso dell’ultimo straordinario evento romano, che ha contato per capodanno la nostra interprete quale protagonista su un luminoso quanto favoloso colosso mitologico al Circo Massimo – nello spettacolo internazionale della compagnia catalana La Fura dels Baus –, abbiamo avuto la fortuna di incontrare l’artista che, speciale come la immaginavamo, non si è risparmiata in una chiacchierata appassionata.

Il tuo ultimo album, Appunti musicali dal mondo, è un tessuto di sentieri musicali distanti. Come è stato possibile plasmare le dissomiglianze tra i brani in quella sperimentazione che troviamo perfettamente coerente, contando anche le differenze tra tutti i musicisti accorsi sul palco? E, se ne hai incontrate, quali le difficoltà?

«Beh, per le difficoltà del mettere insieme persone che, sebbene affini tra loro, non tutte si conoscevano o si erano solo incontrate, diciamo che come trait d’union c’ero io. Per il resto, le cose più difficili sono state quelle di creare una coerenza e di chiamare gli stessi ospiti. Chiamati perché legati tutti al mio inizio, tutti quanti a quella che è stata la mia storia… di Sanremo, della popolarità in qualche maniera.»

A proposito della tua carriera, ti ricordiamo giovanissima da Arbore ne Il caso Sanremo dove ti sei trovata a fianco ad altri esordienti, come Cammariere per esempio.

«Sì, c’era Sergio Cammariere, ma non solo: Stefano Palatresi, il jazzista Dario Deidda…»

Un altro modo di fare spettacolo e di emergere o pensi che oggi le chances di allora valgano alla stessa maniera?

«Diciamo che se prima esisteva un’azione esercitata dai produttori e dai discografici, da quando le case discografiche si sono svendute alla televisione, è la televisione che esercita il potere.»

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Capisco. Ancora riguardo al tempo, in genere nelle biografie dei musicisti non è raro scorrere di periodi ben precisi: inizio, crescita, maturità… per intenderci. Che periodo vive oggi Tosca, se le riconosciamo una certa maturità sin dai tempi di Cosa farà Dio di me (primo Sanremo, ‘92)?

«Dunque, ho avuto un grande maestro che è Renzo Arbore, e il ricordo mi fa sorridere perché proprio nei giorni scorsi lo abbiamo visto in televisione.»

Televisione di qualità…

«Finalmente! Agli inizi della mia carriera mi disse: «Ma tu… che voto ti dai? ». «Bah, mi do 9!», risposi – avevo 21 anni. E lui: «Bene, allora 9. Quindi significa che tra dieci anni starai a 10 e dopo dovrai tornare indietro perché 11 non esiste». Questa fu una cosa che mi fece molto riflettere. Renzoè una persona sempre in movimento, in continua ricerca. Oggi, in una scala, siccome non sono più nemmeno tanto una bambina, mi darei 6 e ½, 7… Proprio perché so che c’è ancora tanto che devo scoprire.»

Rimaniamo nella scoperta. In questo tuo ultimo album troviamo lo straordinario e versatile Danilo Rea ad accompagnarti ne Il suono della voce, scritta per te da Fossati. Tutta la tua canzone è impreziosita da autori e collaborazioni notevoli. Chi il più vicino e chi manca all’appello? Intendo, con chi ti piacerebbe maturare una nuova collaborazione?

«Credo di essere stata molto fortunata proprio perché ho lavorato con molti dei più grandi, da Dalla a Morricone, a Piovani e Fossati, senza scordare Cocciante, Buarque e Barbieri, chiaramente Rosalino in primis (Rosalino Cellamare, alias Ron ndr), e tanti altri. Ora, a pensarci, prima di morire mi piacerebbe cantare qualcosa di Conte. In verità ci siamo passati anche molto vicini ma, poi, non so… Ci sono dei misteri dei management, come li chiamo io, e la cosa cadde un po’. Non so, non ho ben capito cosa successe. Dovevo far parte, credo, di Razmataz, con una ninna nanna che mi fu mandata ma la cosa non andò in porto. Questo per quanto riguarda l’Italia. Riguardo l’estero, tra i tanti… Vedi, io, che non sono una modaiola, amo andare sempre alla ricerca di cose importanti e strane, se vogliamo, dove per importanti intendo il livello artistico, non la popolarità o la fama. Così, c’è un artista portoghese che amo molto e che si chiama Salvador Sobral. Ecco, con lui mi piacerebbe molto lavorare. Mi piacerebbe scrivesse una canzone per me, è proprio bravo.»

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Un giovane talentuoso per una lingua sensuale. Passiamo proprio alle lingue. Nei tuoi appunti ti troviamo a cantare in circa 15 lingue differenti – compreso l’omaggio a Celentano in un grammelot scoppiettante per la celeberrima Prisencolinensinainciusol. Su questo fronte, lo scrittore Adrián Bravi ne La gelosia delle lingue afferma che “siamo in transito tra le lingue e, allo stesso tempo, transitati dalle lingue”. Dunque, le lingue degli altri non sono in realtà mai da un’altra parte?

«Quando scelgo le cose da cantare cerco di identificare la mia radice, il mio sangue. Quindi, non ne faccio un problema di lingua. Sai, quando una cosa mi piace… La musica è la prima lingua di ogni paese e, di più, la prima lingua dell’essere umano che ha inizialmente emesso suoni e dopo ha codificato. Il suono è qualcosa di ancestrale, insomma. A questo punto, ti dico, non mi creo limiti. Faccio un poco come i cantanti lirici che devono studiare in altre lingue e studiano. Poi, il fatto di avere respirato molto teatro mi ha reso libera. Il teatro ti rende libero, ti fa sentire lontano da certi schemi che la musica in qualche modo possiede. Nel teatro, col fatto che devi interpretare tanti personaggi, con regie diverse, ogni volta in un’ambientazione diversa, in una nuova scena… devi valere tante sfaccettature. Perciò interpreto, come si fa o si dovrebbe fare, senza diventare una voce, un essere cannibale… Sento di appartenere alla schiera delle interpreti di cui sono figlia, come Mimì o la Vanoni, insomma a quelle persone che prendono un testo e cercano di regalarti emozioni. Non ho mai amato l’emissione vocale e basta. Quello è qualcosa che non mi appartiene proprio.»

Allora, ora che mi viene più facile confermare il tuo cantare e, in generale, il tuo intendere l’arte una ricerca della perfezione, ti chiedo quanto valore possiamo riconoscere oggi al sacrificio per un’idea?

«Tanto. Se prima costava caro il fatto di volere essere un’artista libera, oggi costa carissimo. Infatti, ridiamo di determinate persone quando ci sentiamo dire “voi siete artisti di nicchia”. Sì, ho capito, dico io, ma mo’ c’è un villaggio di nicchia! Che vuol dire, poi, artista di nicchia? Uno che parla una lingua ma non per tutti? Secondo me sono delle catalogazioni sciocche che vengono semplicemente indotte dal fatto che la gente è stata in qualche maniera rincitrullita dalla televisione e dalla cattiva discografia perché, torno a ripeterti, c’è una cattiva discografia che, per portare avanti determinati discorsi economici e per far tenere saldi dei posti, svende la musica facendole – per questo – del male. Si può anche essere legati ai talent, ed io non ho niente contro questo tipo di prodotti, quanto contro l’uso che se ne fa. Voglio dire, se in un talent venissero messi dei ragazzi che hanno già un loro piccolo progetto, con una propria identità, dei giovani cantautori, e si lasciasse che il “tribunale” mediatico facesse semplicemente la sua scelta popolare, invece di cercare ragazzi che siano dei “prodotti”, pedine di un ingranaggio mediatico che poco ha a che fare con la bellezza e profondità della musica e del suo relativo rispetto… Ma il talent si sa è assoggettato allo sponsor, al giudice che diventa la star, al parrucchiere del giudice, all’altro che fa i vestiti al giudice e così via… i ragazzi diventano delle vittime sacrificali, soprattutto è pieno di “delusi” che al 90% non rialzeranno mai la testa o peggio galleggeranno in un ambiente apparentemente proprio ma ostile. Non è giusto. Il prezzo che si paga per questo novello Colosseo lo paghiamo tutti… nessuno si senta escluso… Quanto alle radio, sono diventate produttrici, una cosa assurda. La radio che dovrebbe essere cassa di risonanza decide lei da sola cosa sia oggi da mettere in onda. È tutto sbagliato!»

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Una dittatura delle radio, insomma.

«Proprio così, una dittatura mediatica, musicale. Fa molto male.»

Battisti oggi, probabilmente, non sarebbe mai nato.

«No. Non posso darti torto.»

Scelta e rinuncia sono due condizioni complementari. Da un lato 23 canzoni e dall’altro? Cosa è rimasto escluso e quale la canzone più voluta nella raccolta?

«No, le canzoni le ho inserite tutte. Adesso sono in evoluzione. Sicuramente sto incamerando altra roba, sto considerando altre cose. Insieme a Joe Barbieri sto pensando ad un nuovo lavoro che diventerà anche un documentario sviluppato con artisti internazionali. Al momento inizio a capire, a scrivere quali canzoni inserire, come inserirle. È un bel lavoro quello che stiamo facendo. Le canzoni che sono state incise ne Il suono della voce e in Appunti musicali alla fine sono un po’ tutte quelle che volevo inserire. Poi, che so? Una di cui avevo realizzato una versione particolare, rimasta fuori, magari la metterò nel prossimo lavoro. Vedremo come. Io cerco di fotografare sempre l’attimo e Appunti musicali è esattamente la fotografia di questo periodo della mia vita.»

Nel ‘96 vinci il Festival insieme a Ron e chiudi Jane Eyre di Zeffirelli con la canzone E tu resterai con me. Tutti contiamo ricordi indimenticabili. Qual è il tuo ricordo artistico?

«Ce ne sono vari. Se penso a Sanremo, sicuramente il ricordo è il momento in cui, arrivati là nell’incredulità di tutti, abbiamo vinto. È stata una cosa particolare, come un’enorme ubriacatura. Poi, se ricordo Il terzo fuochista, che non c’entrava niente con Sanremo, ha abbastanza caratterizzato quell’altra edizione lì. Portare il teatro a Sanremo quando tutti ti dicevano: “ma che c’entra?”.»

Senti, mi hai appena detto che il progetto evolve e so che sei in partenza per l’Europa, che incontrerai artisti oltre confine. Puoi anticiparci qualche nome?

«Per scaramanzia no. (sorride, ndr).»

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Tra musica, teatro e alta formazione musicale, Tosca è poliedrica, possiamo affermarlo. Quale segreto nasconde per riuscire bene in tutto quello che fa?

«No, nessun segreto, se non fare le cose per amore di farle. Non c’è un segreto, c’è solamente il fatto che uno ama il proprio mestiere e lo fa con passione. Nessun trucco e nessuna una magia. O, se vogliamo, la magia è proprio riuscire ad ascoltare e seguire le cose che fai e che ti piacciono.»

Siamo al termine. La vita, sia la tua quella della donna o quella dell’artista, è una destinazione ignota. Cosa è più importante, conoscere la partenza o il viaggio?

«Il viaggio! Il viaggio di ogni cosa. Anche un viaggio artistico è importante. Vale quello che succede durante, non quando arrivi o quando parti.»

 

Giuseppe Sanalitro

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